I SEGRETI DI DE MAGISTRIS
Venerdì 02 Aprile 2010 10:32
Raffaele
Cronaca
DI BUBBA
La storia più recente di Luigi De Magistris è nota: magistrato alla procura di Catanzaro, ha svolto indagini sul malaffare dei colletti bianchi, politici, magistrati, pubblici ufficiali e imprenditori. Gli tolgono le inchieste, il ministro della Giustizia insorge, il Csm lo punisce, entra in politica col sostegno di Santoro Travaglio Grillo e Di Pietro, e viene eletto con quasi mezzo milione di preferenze.
I giudizi sulla sua carriera di magistrato sono due e contrapposti: bravo e onesto, secondo la stampa a lui vicina; pessimo e incompetente secondo i giornali berlusconiani, in particolare secondo Filippo Facci.
La sua vicenda non è sicuramente risolta, e neppure si può dire che sia del tutto chiara. Le forze in campo sono divise in due schieramenti: il primo sventola sentenze e atti giudiziari favorevoli a De Magistris per sostenere che aveva ragione e che è stato vittima di un complotto; gli altri, viceversa, brandiscono la sentenza del Csm e atti ufficiali del Consiglio giudiziario di Catanzaro per sostenere il contrario.
E' la verità attraverso le sentenze: e uno non sa a quale sentenza credere.
Ecco perchè forse è prematuro dare un giudizio definitivo su di lui. Tanto più che un capitolo della sua storia è stato completamente rimosso e occultato dai suoi sostenitori: una delle sue inchieste precedenti al terzetto ormai famoso di Why Not, Poseidone e Toghe Lucane.
E' il "caso Reggio" di cui nessuno parla, una inchiesta che creò una vittima eccellente: l'avvocato Ugo Colonna.
Chi è Ugo Colonna?
(Nella foto: Ugo Colonna nella trasmissione "Blu Notte" di Carlo Lucarelli del 5 ottobre 2008)
Ugo Colonna è un penalista siciliano che ha mosso accuse piuttosto infamanti all'onorevole De Magistris, contenute in una lettera da lui inviata a Beppe Grillo. Sono accuse però che non si possono ignorare - vista la autorevolezza di chi le ha formulate.
Infatti, contrariamente a quanto starete pensando, l'avvocato Colonna non è l'ennesimo servo di Berlusconi che butta fango addosso a chi si oppone al suo padrone di Arcore. No, egli è una persona universalmente stimata per le sue battaglie, sia a destra che a sinistra. Difende (o meglio difendeva) collaboratori di giustizia e ha denunciato più volte molto coraggiosamente la mafia, tanto che l'hanno messo sotto scorta. L'ex presidente Ciampi l'ha definito "l'Ambrosoli del sud".
Ha fama di persona retta e integerrima.
Tra i suoi tanti estimatori, ho scelto, per voi, uno dei più apprezzati e considerati giornalisti italiani: Marco Travaglio.

Su "l'Unità" del 30 agosto 2007, a pag. 26, veniva pubblicata una risposta di Travaglio ad una lettera dell' allora presidente della commissione parlamentare antimafia, Francesco Forgione. Nell' articolo ("Quegli attacchi all'Antimafia"), Travaglio protestava per la mancata nomina di Colonna a consulente dell' organo istituzionale, scrivendo che l'avvocato era stato l' "artefice di meritorie battaglie contro la mafia e la 'ndrangheta" e che sarebbe stato una scelta "di grande valore" per la commissione. Forgione motivava la decisione di escluderlo dall' incarico perchè era sotto processo per calunnia. Al che, Travaglio replicava che Colonna era il bersaglio di alcune "denunce persecutorie" per le sue battaglie antimafia. Nel libro "Mani sporche", a pag. 735, aggiungeva che gli autori di queste denunce "persecutorie" nei confronti dell' avvocato erano due "tizi" che tra l'altro erano stati "arrestati per mafia e corruzione".
Credo che questo possa bastare come referenze: un elogio più difesa da parte del grande Travaglio. Datato 2007.
Ebbene: ci credereste che la persona che vi ho appena descritto venne arrestata, nel 2004, proprio da Luigi De Magistris?
Un avvocato contro la mafia
Ma partiamo dall'inizio. Nel 1997 Ugo Colonna scopre che alcuni magistrati di Messina (e, forse, anche di Reggio Calabria) favorivano la mafia: pilotavano i processi, manovravano i pentiti e commettevano tutta una serie di illeciti per favorire Cosa Nostra.
Colonna denuncia tutto e tutti alla procura di Catania, e si aprirà così un processo denominato "caso Sparacio", dal nome del falso "pentito" che quei magistrati gestivano.
Il procuratore antimafia Giovanni Lembo e il gip Marcello Mondello, operanti a Messina, arrestati nel 2000, vengono processati. Nel 2008 sono condannati in primo grado a 5 anni il primo per favoreggiamento alla mafia, e 7 anni il secondo per concorso esterno in associazione mafiosa. Un grande scandalo italiano, e molto poco conosciuto.
("Black out sul Caso Messina", di Norma Ferrara, 14.02.2008)
I magistrati di Reggio Calabria si salvano invece da conseguenze penali. In particolare, la posizione del pm Francesco Mollace viene archiviata sùbito perchè non si ha la prova che dietro all'illecito da lui commesso ("fatto isolato") ci fosse l'intenzione di favorire la mafia (1).
Però, durante l'istruttoria a Catania, successiva alla archiviazione, ulteriori gravi elementi vengono fuori sul conto dei magistrati reggini. Fatti non solo documentali, ma anche e soprattutto dichiarazioni di altri magistrati, e dei collaboratori di giustizia che raccontano di presunti abusi del pm Mollace.
Ad esempio, spiega Colonna, il mafioso "pentito" Giuseppe Chiofalo chiamava pesantemente in causa il dottor Mollace, accusandolo di averlo favorito mentre egli, con false dichiarazioni, screditava i "pentiti" che accusavano Marcello Dell'Utri. (1)
Ebbene, questo e molti altri fatti gravissimi che non trovavano spazio sulla stampa nazionale, Ugo Colonna si premura di divulgarli affidandosi all'unico giornale che voleva pubblicarli: "il Dibattito" del giornalista Francesco Gangemi. Un periodico dai toni un po' pecorelliani (2), ma in mancanza d' altro ci si accontenta.
Oltre a riportare le trascrizioni delle udienze del processo, e le interpellanze parlamentari di alcuni politici, il giornale ospitava anche interviste dell'avv. Colonna, che a Catania era testimone dell' accusa e parte civile (perchè calunniato da alcuni pentiti).
L'arresto
Il 9 novembre 2004, alle 5 del mattino (2), alcuni funzionari della Squadra Mobile di Reggio Calabria vengono a prenderlo, a Torino. In manette, lo portano a Catanzaro dove, per errore (non si sa quanto involontario), gli agenti scrivono che l'imputato (Colonna Ugo) è accusato di mafia, ai sensi dell'art. 416 bis, e pertanto lo separano dagli altri co-imputati e lo mettono nella sezione del carcere occupata dai mafiosi, senza segnalare il fatto che lui è sotto scorta e minacciato dalla mafia. (1)
Durante l'ora d'aria non esce, rimane in cella. Fortunatamente riesce a spiegarsi col direttore della casa circondariale, che risolve il problema. E questa è solo una delle tante umiliazioni che subisce. Lamenterà anche tutta una serie di irregolarità nelle indagini che lo hanno riguardato. (2)
Dopo nove giorni viene finalmente scarcerato. (1)
Ma perchè è finito in carcere?
Caso Reggio
"io vengo arrestato non per [aver detto - ndr] fatti falsi, calunniosi. Io vengo arrestato perchè li ho detti" (1)(Ugo Colonna, aprile 2005)
Colonna finisce in manette in maniera del tutto inaspettata e inaudita. Mentre lui si occupa del processo di Catania e ne divulga i fatti, la procura di Reggio Calabria mette sotto indagine sia lui che il giornalista Gangemi, disponendo intercettazioni e altre attività di polizia giudiziaria, espletate dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria. (3) Raccolgono poi tutte le emergenze in un fascicolo che viene inviato a Catanzaro. E, infine, i magistrati reggini Francesco Mollace e Vincenzo Macrì si recano loro stessi dal pm De Magistris per denunciare Colonna come un malfattore. (1)
E' così che si apre il "caso Reggio", l' inchiesta dimenticata di De Magistris. Nel novembre del 2004 scattano gli arresti: oltre a Ugo Colonna e al giornalista de "il Dibattito", vengono arrestati avvocati e politici. Una parlamentare, Angela Napoli, rea di aver fatto delle interpellanze al Governo, viene iscritta nel registro degli indagati.
Gli arrestati e gli indagati sono accusati di "violenza o minaccia a corpo giudiziario" e di "associazione mafiosa".
La sacrosanta cronaca giudiziaria che facevano Colonna e il giornalista Gangemi si trasforma - nell'ordinanza di custodia cautelare emessa nei loro confronti dal gip Antonio Baudi su richiesta del procuratore Mariano Lombardi, dell’aggiunto Mario Spagnuolo e del sostituto Luigi De Magistris - in:
“ un sistematico quanto virulento, programma di aggressione, di marca mafiosa, sapientemente orchestrato attraverso il periodico ‘Il Dibattito’, allo scopo di delegittimare e destabilizzare l’ordine giudiziario nel Distretto di Reggio Calabria e di rinsaldare e consolidare nel tempo la pressione sociale e profittatoria della ‘Ndrangheta operante nel reggino”. (3)
Insomma, secondo De Magistris e soci, "il Dibattito" era un giornale in mano alla 'ndrangheta, sfruttato dall' organizzazione criminale per minacciare, infangare, influenzare, condizionare, disunire e neutralizzare i coraggiosi magistrati antimafia che stavano infliggendo colpi mortali ai malavitosi. Attraverso le campagne stampa del periodico mafioso, la cosca avrebbe tentato di aggiustare i processi che la riguardavano.
Per avere un metro di paragone:
poco tempo fa è uscita la notizia che Mario Mori sarebbe indagato a Palermo proprio per lo stesso tipo di reato contestato a Colonna: "violenza o minaccia a corpo politico o giudiziario". Un reato grave, con pene da 1 a 7 anni di reclusione.
Il generale, come sapete, è invischiato in storie di presunti ricatti della mafia allo Stato e ai politici, da realizzare attraverso le stragi degli anni '90, le trattative ecc. Tutto quell' inferno che più o meno è stato descritto dalla stampa.
Colonna, invece, aveva solo passato a un giornalista i dischetti con le udienze pubbliche di un processo in corso a Catania. E rilasciato alcune interviste.
Tutto qui. I pm di Catanzaro (De Magistris e Spagnuolo), invece, lo accusano di una aggressione mafiosa contro la procura reggina, dapprima solo come "professionista utilizzato"(1) dal gruppo criminale, fino a promuoverlo poi, dice Colonna, a "regista"(1) dell'operazione.
E meno male che il giudice per le indagini preliminari non era "superficiale", altrimenti lo avrebbero accusato pure di associazione mafiosa. Parola del gip Baudi:
"se fossi stato più superficiale, le avrei potuto contestare pure la mafia. Proprio come mi avevano richiesto i pm. No, l’ho arrestata solo per quei titoloni a effetto sul Dibattito…" (4)
Le accuse contro Colonna non stanno in piedi. Verrà rilasciato dopo nove giorni, anche grazie alle proteste della società civile: si mobilitano infatti magistrati e politici di destra e di sinistra per chiederne la scarcerazione.
Il tribunale del riesame da' torto ai pm di Catanzaro (5), ai quali viene spiegato che il fatto che ha commesso Colonna "non è reato", almeno non il reato di "violenza e minaccia"; al massimo la diffamazione, ma nessuno gli ha contestato quest' ultimo reato, poichè i fatti da lui divulgati erano veri.
Ma i pm fanno ricorso in Cassazione, e naturalmente lo perdono. Solo allora - siamo nel gennaio del 2006 - si decidono ad archiviare, dopo più di un anno di calvario per Colonna.
Tutte le persone coinvolte nell'inchiesta, incluso il giornalista Gangemi, verranno assolte con formula piena, oppure archiviate. Anche se De Magistris, in aula, sosteneva "l'assoluta fondatezza dell'impianto accusatorio" basato su "elementi di prova incontrovertibili". (6)
Tutti si chiedono il perchè di questi accadimenti, e la cosa a cui tutti pensano è che si sia trattato di una imboscata giudiziaria. Il coinvolgimento di Colonna nell'inchiesta di De Magistris, totalmente infondato, ha sortito infatti l'effetto di screditare lui e le sue denunce al processo di Catania contro quei magistrati dell'antimafia che saranno dopo anni condannati, oltre che di impedirgli di testimoniare contro di loro.
I giornalisti Pensavalli e Gugliotta di IMGPress.it non temono di affermare che Colonna è stato arrestato con un "pretesto". (7) Su questa vicenda hanno anche scritto un libro, che Peter Gomez definisce "un'opera da leggere tutta di un fiato quasi fosse un legal thriller". (8)
Colonna, dal canto suo, si rende conto di essere un incubo per i corrotti, un elemento da "sopprimere", anche fisicamente. Ma ucciderlo avrebbe significato dare legittimità alle sue denunce: per questo andava ucciso moralmente. (1)
Riguardo al suo arresto, lui parla proprio: di un tentativo, da parte dei magistrati coinvolti a Catania, di "disinnescare" la fonte d'accusa principale (lui stesso)(2); e di giudici che hanno "interferito" con quel processo catanese.
Ma chi sono questi Macrì e Mollace, giudici di Reggio, che lo avevano accusato? Secondo Colonna sono gli amici di Giovanni Lembo, quello che era sotto processo a Catania:
"Giovanni Lembo è un magistrato collega di stanza di Vincenzo Macrì, sostituto procuratore antimafia a Reggio Calabria [oggi vice procuratore nazionale antimafia - ndr], ed è stato arrestato e processato per falsi e abusi e per calunnia ai miei danni. Io mi sono costituito parte civile dinanzi al tribunale di Catania che lo ha processato assieme al falso "pentito" Sparacio che lui ha gestito assieme a Vincenzo Macrì e al pm Francesco Mollace. Sono proprio Macrì e Mollace che mi hanno denunciato ai magistrati di Catanzaro De Magistris e Spagnuolo, che mi hanno arrestato. Assieme a me, che difendevo dei imputati innocenti, hanno arrestato i giornalisti di Reggio Calabria e hanno chiuso il giornale, e hanno avvisato di reato un deputato della Casa della Libertà, allora sottosegretario alla Giustizia, e una sua collega [Angela Napoli, oggi amica di De Magistris - ndr], anch'essa deputata della Cdl e membro della commissione antimafia: le accuse sono tutte cadute e la mastodontica inchiesta, costata lagrime e sangue e un mucchio di soldi dello Stato, è stata archiviata...".(9)
Riassumendo: I giudici di Messina, Lembo e Mondello, sono processati a Catania per mafia. Al processo, però, i "pentiti" accusano di pesanti responsabilità anche diversi magistrati di Reggio Calabria, tra i quali c'è Francesco Mollace. Enzo Macrì è invece accusato da Colonna di aver favorito il falso "pentito" Sparacio anche dopo che questi era stato scoperto.Questi due giudici, secondo Ugo Colonna, i quali temevano quel processo che stava scoperchiando anni di collusioni della magistratura, decidono di fare qualcosa per salvarsi, e cioè di far arrestare l'avvocato con un' accusa infamante, senza che quella accusa venisse verificata dai procuratori di Catanzaro: e Colonna, dopo l'arresto, finisce sulla stampa, indicato come un personaggio vicino alla 'ndrangheta, o quantomeno alleato con essa. (10) Delegittimato, infangato.E dietro alle accuse su di lui ci sono proprio Macrì e Mollace, quegli stessi magistrati che lui aveva denunciato sia alla magistratura che alla stampa.
E De Magistris, uno dei pm che lo arrestò, come si colloca in questa storia?
Uguale per tutti. Quasi.
Sono tante le persone che hanno reagito con sdegno all'arresto di Ugo Colonna, che lo hanno difeso, che hanno vissuto con inquitudine le sue vicende, e che lo hanno sostenuto. Ci sono magistrati come Giovanni Battista Scidà e Nicolò Marino, giornalisti come Guido Ruotolo (fratello di Sandro) e quelli di "censurati.it", politici come Nichi Vendola, e associazioni antimafia. (11)
Ma anzichè mettere insieme tutte le loro testimonianze, o menzionare i loro atti di concreto supporto all 'avvocato, ho deciso invece di citare il caso di incredibile incoerenza dei magistrati del blog "Uguale per tutti" (toghe.blogspot.com), anche loro solidali con Colonna, ma in un modo tutto particolare.

Questo noto sito, che è gestito da operatori del diritto di tendenze progressiste, è stato tra i più decisi sotenitori di Luigi De Magistris. Hanno trattato il suo caso con decine di articoli, hanno sbugiardato i suoi detrattori, hanno garantito sulla sua onestà e sulle sue ragioni.A novembre si è tenuto un convegno promosso da De Magistris (12). Seduto di fianco a lui dietro al bancone c'era il suo "amico" personale Felice Lima, giudice a Catania, uno dei magistrati del blog "Uguale per tutti". Dopo essere stato presentato con affetto da De Magistris, Lima ha preso la parola, e nel suo discorso ha garantito su De Magistris, prendendosi la responsabilità, davanti ad un folto pubblico, di affermare che la punizione disciplinare del Csm contro l'ex giudice di Catanzaro era ingiusta e del tutto infondata.
Ma questa irriducibile difesa dell'ex magistrato, ora politico, non impedisce loro di apprezzare anche Ugo Colonna.
Il 23 gennaio 2008, sul loro blog, veniva pubblicato un post a difesa di De Magistris, il quale era appena stato definito "cattivo giudice" da un membro del Csm, l'organo giudiziario che a breve doveva decidere se punirlo o no.
I bloggers con la toga, quindi, per spiegare ai denigratori del pm di Catanzaro cosa è realmente un "cattivo giudice" , scelsero di parlare dei magistrati Lembo e Mondello di Messina, quelli denunciati da Colonna e appena condannati per mafia. Quei due erano gli esempi negativi da contrapporre al nobile De Magistris.
E scrivevano:
Nell’articolo di Marco si parla di un altro uomo impegnato in tante difficili battaglie, che per quelle ha pagato e paga “prezzi pesanti”: l’avv. Ugo Colonna. Le vicende di Marco e dell’avv. Colonna ci sembrano emblematiche del fatto che non possiamo tirarci indietro e non possiamo credere di essere gli unici a pagare, per la giustizia e la verità, prezzo troppo cari.
A sèguito di questa premessa, riportavano un pezzo di Marco Benanti, giornalista, che raccontava il processo dei due magistrati, conclusosi con le condanne. E' un articolo che il giornalista ha scritto proprio per il loro blog, ricevendo anche sentiti ringraziamenti. Ma per quanto mi riguarda, resta inspiegabile come possano i magistrati di quel sito condividere e non dissociarsi da quanto è scritto ad un certo punto nell'articolo di Benanti da loro pubblicato. Il brano in questione riguarda i "prezzi" che Colonna ha pagato per le sue battaglie:
Ha pagato Colonna: nel novembre del 2004 venne arrestato dalla Procura di Catanzaro con un capo d’imputazione inverosimile. L’ accusa era di avere usato violenza al corpo giudiziario, reato per cui dal 1945 non era mai stato condannato nessuno. In particolare fu accusato di avere delegittimato con le sue denunzie due giudici, Enzo Macrì e Francesco Mollace.
E come finì?
Scarcerato dopo nove giorni. Si mobilitò l’intero arco istituzionale da Centaro di Forza Italia a Vendola di Rifondazione: lo stesso Carlo Azeglio Ciampi, che già nel 2000 lo aveva definito “l’Ambrosoli del Sud”, si espresse a suo favore.
Alla fine, la Cassazione gli ha dato ragione e i Pm di Catanzaro hanno chiesto finalmente l’archiviazione.
Totalmente estraneo, quindi, Colonna a simili incredibili accuse: questo atto di vile aggressione è stato ricordato anche dalla Pubblica Accusa nel processo di Catania. Il PM Fanara ha parlato, al riguardo, di un elemento di inquinamento probatorio.
Incredibile, dicevo. In un post che parte difendendo De Magistris, si arriva a parlare di un arresto e di una inchiesta, compiuti da lui medesimo insieme ad un collega, definendoli "atto di vile aggressione". E gli autori del blog (perchè la colpa non è del giornalista Benanti) omettono di dire che, in questo caso, Procura di Catanzaro = Luigi De Magistris + collega.
Ho mandato un commento alla redazione del sito per richiamarli alla coerenza. Non l'hanno pubblicato con la scusa che era "diffamatorio", il che mi sorprende perchè, in sostanza, io non facevo altro che dare un volto a quella generica definizione di "Procura di Catanzaro" che avrebbe commesso un "atto di vile aggressione" (parole loro, non mie). Quindi, semmai, sono loro che hanno diffamato De Magistris, non io.
Ma non solo censurano il commento. Quando insisto si rifiutano di rispondermi, e soprattutto di rispondersi. Dopo avermi preso un po' in giro, il Felice Lima del convegno con De Magistris mi scrive che: "Io, comunque, non sono in competizione, non voglio dimostrare niente a nessuno, non chiedo niente a nessuno, non obbligo nessuno a darmi ragione né a venire qui a perdere il suo tempo."
E chiusa la storia. Nessuna risposta nel merito. "Noi non siamo in competizione. Ho da fare".
Facile risolvere così i problemi: siamo solidali con Colonna, ma Colonna è stato arrestato da De Magistris? Basta non fare il suo nome e siamo a posto. Tanto chi se ne accorge?
Comunque loro garantiscono su De Magistris. Allora mi fido.
Caro Beppe Grillo...
Nell'Aprile del 2005 Ugo Colonna era andato a vedere uno spettacolo di Beppe Grillo. Nei giorni seguenti, parlando della sua disavventura catanzarese ai microfoni di Radio Radicale, si lasciava andare a questa considerazione: "probabilmente, lo stesso Beppe Grillo, [...] se io raccontassi questa vicenda, direbbe: "ma roba da pazzi!" ". (1)
Non poteva immaginare, allora, che nel 2009 Beppe Grillo avrebbe cooptato De Magistris nel suo movimento politico, che lo avrebbe candidato come indipendente nelle liste dell' Italia dei Valori, e che si sarebbe occupato personalmente della sua campagna elettorale, procacciandogli una valanga di voti e facendolo onorevole a Strasburgo.
Ma forse Grillo non conosceva la sua storia. Così, nel luglio del 2009, a elezioni già terminate, Ugo Colonna scrive una lettera al comico genovese, nella quale spiega perchè, secondo lui, l'ex magistrato e Sonia Alfano (ma a noi, adesso, interessa solo il primo dei due) non siano del tutto meritevoli della fiducia che è stata loro accreditata.
Nel testo si apprende anche che De Magistris avrebbe goduto di "speciali impunità".
Ecco una parte della missiva:
"[...]- l’on. de Magistris – lungi dall’immagine accreditata di Magistrato scomodo per il potere corrotto - da Pm catanzarese ha interferito in processi che altra autorità giudiziaria (Catania) da anni stava svolgendo, a carico di soggetti e magistrati poi condannati per mafia, indagando chi nell’altra sede aveva denunziato, con ipotesi accusatorie così inconsistenti e velleitarie che in breve hanno condotto a totale archiviazione, proscioglimenti e assoluzioni. Non ha esitato, sempre nello stesso procedimento, a mettere il bavaglio alla stampa che del processo catanese dava notizia, ottenendo anche – fatto per quanto mi consta unico in Italia – il sequestro di un giornale e richiedendo la custodia in carcere per chi dava pubblicità con interviste o facendo pubblicare i verbali delle pubbliche udienze, anche su quel giornale, del processo presso il Tribunale di Catania a carico di notabili, tutti poi condannati. E’ anche facile documentare che su tali poco edificanti vicende l’ex PM ha ricevuto “speciali impunità”. Con quale coerenza e credibilità oggi, da parlamentare, Luigi de Magistris parla di libertà di informazione e di indipendenza della magistratura? Certo, come lei dice, abbiamo un Ministro dell’Interno condannato per lesioni ad un agente della Polizia di Stato, ma non potrà non convenire che, coerentemente, affidare l’interlocuzione sui temi della libertà di stampa o sull’indipendenza della magistratura al dottor de Magistris è come affidare l’ospedale Bambin Gesù di Roma o il Gaslini di Genova ad Erode! Anche altri soggetti, che operano nel settore della giustizia o gente comune, certamente sono a conoscenza di queste condotte, poco compatibili con l’immagine di “volti nuovi e puliti” che è stata attribuita mediaticamente all’on. Alfano ed all’on. de Magistris. Costoro che sanno, tuttavia, scelgono di stare in silenzio forse perché pensano che sia inutile o peggio rischioso esporsi, criticando chi è supportato da così ampio e incondizionato consenso, unificato sotto il vessillo della lotta alla mafia. Io, all’opposto, ritengo che non sia giusto tacere e sia doveroso denunziare, anche se poco o forse nulla cambierà. Le chiedo di pubblicare la presente lettera e se ritiene posso fornire per la pubblicazione nel suo blog, onde sottoporli al giudizio dei suoi lettori, dati più precisi sulla scorta dei quali comprendere analiticamente le mie precedenti affermazioni, estremamente sintetiche. Sono certo che il suo blog non si sottrarrà dalla diffusione di dati e notizie che riguardano la correttezza e la lealtà dei parlamentari eletti, in modo da accrescere l’informazione dei suoi lettori. Solo in esito alla conoscenza di dati oggettivi, evitando proclami, slogan o offese personali, ognuno potrà formarsi una corretta opinione. In attesa le invio cordiali saluti. UGO COLONNA Messina, 22 luglio 2009"
Beppe Grillo si sottrae. Non esattamente la reazione che si era immaginato Colonna. La lettera non solo non viene pubblicata, ma nemmeno riceve una risposta in privato. Silenzio assoluto.
Un quantomeno discutibile concetto di democrazia, trasparenza e libero confronto quello del capo-popolo genovese.
CONCLUSIONI
De Magistris ha una rete di persone e gruppi che lo sostengono in politica, i quali hanno efficacemente silenziato le accuse di Colonna, e si rifiutano per qualche motivo di considerarle, benchè - vi ho dimostrato - il Colonna sia una persona piuttosto autorevole.
Questa rete di persone ha venduto alla gente un prodotto esaltandone i pregi, e nascondendone i difetti. Ma vi pare giusto? Come ci si può fidare di loro se fanno questo? Almeno dire che non si è d'accordo con Colonna... invece zitti.
Ma dunque, vediamo quali sarebbero questi difetti, sperando di farmi interprete fedele del pensiero di Ugo Colonna, ma, in caso non vi riuscissi, sappiate che i difetti del prodotto che elencherò sono quelli che io ho ritenuto tali:
Primo punto:
De Magistris ha arrestato una persona innocente con delle accuse inconsistenti, e, consentitemi, farneticanti, stando a quanto dice Colonna. E già questo contrasta con l'immagine di magistrato bravo e professionalmente competente che ebbi una volta di lui. Il primo fatto grave è che non si accorge della infondatezza delle sue accuse, arrecando grave danno all'accusato.
Dopo la bocciatura del riesame, insiste ancora, facendo ricorso in Cassazione, anche se non ci sono i presupposti. Solo dopo la bocciatura anche in quest'ultima sede si decide ad archiviare.
Secondo punto:
secondo Colonna, le accuse formulate contro di lui dai magistrati reggini celavano il disegno di delegittimarlo onde "disinnescare" il processo catanese (tra l'altro, per il breve periodo della custodia cautelare, Colonna non ha potuto testimoniare in tribunale contro i corrotti).
Se fosse vero, fin qui la colpa sarebbe tutta di Mollace e di Macrì che lo hanno denunciato.
Ma il loro presunto piano non sarebbe andato in porto se i pm di Catanzaro non avessero posto in essere gli arresti, sicuramente evitabili nel caso di Colonna.
Dunque, a proprosito della sua "indipendenza" - messa in dubbio dall'avvocato nella lettera a Grillo: perchè De Magistris asseconda i piani dei magistrati di Reggio Calabria? Ne era ignaro, o era in combutta con loro? Era manovrato consapevole o inconsapevole? O non era manovrato ed è stata una sua iniziativa condivisa coi colleghi? Insomma, è stato depistato o ha agito d'intesa? O semplicemente si è accodato supinamente alle decisioni dei suoi due colleghi?
Ma anche se Colonna concedeva che l' avesse fatto in buonafede, pur dimostrando negligenza (1), il dubbio, francamente, potrebbe rimanere.
Infatti, credo che un magistrato indipendente avrebbe rimediato al suo errore.
Invece di insistere in Cassazione, avrebbe disposto l'archiviazione. E avrebbe fatto subito chiarezza sul caso, invece che lasciare tutto in "un alveo di fumo nero" per mesi (1), per usare una espressione di Ugo Colonna. Ricordo che la sua iniziativa giudiziaria è descritta sul blog "Uguale per tutti" come un "atto di vile aggressione". Non è chiaro poi, dalla lettera di Colonna, se De Magistris abbia "interferito" in altro modo col processo a Catania.
Terzo punto:
L'ex pm, nel 2004, fa sequestrare un giornale che sarà dissequestrato solo nel 2009, dopo la sentenza di assoluzione "perchè il fatto non sussiste" (13).
Un caso senza precedenti in Italia, dice Colonna.
Un giornalista viene incarcerato. E la libertà di informazione tanto decantata?
Quarto punto:
Dopo il suo arresto, Colonna, durante i colloqui coi pm, espone a De Magistris e colleghi tutte "le numerose condotte non lecite commesse anche dai magistrati MOLLACE e MACRI’ i quali, a mio giudizio, avevano contribuito al mantenimento in vita della potente organizzazione mafiosa messinese attraverso l’adozione di provvedimenti di natura giudiziaria. Gli [al gip - ndr]avevo indicato i procedimenti aggiustati presso la DDA di Reggio Calabria dal dr. MOLLACE, nonché gli atti attraverso cui il dr. MACRI’ favoriva il falso pentito Sparacio." (14)
Tra l'altro, Vincenzo Macrì aveva dichiarato ai pm di Catanzaro di non essersi mai occupato del falso "pentito" Sparacio: ma fu sbugiardato dai documenti esibiti da Colonna. (1) Anche "Dibattito news" (sempre del giornalista Gangemi) ha pubblicato alcuni verbali:

(Pubblicati su "Dibattito news" del gennaio 2009, a pag. 12)
Dunque, De Magistris aveva tutta una serie di elementi a favore di Colonna e a discapito dei giudici reggini.
A questo punto, credo di interpretare correttamente il pensiero di Colonna quando ritiene che De Magistris non sia stato un "magistrato scomodo per il potere corrotto": se l'avvocato avesse ragione ad individuare il "potere corrotto" nella parte di magistratura da lui denunciata, perchè De Magistris, messo a conoscenza di tutte queste cose, non ha fatto nulla contro quei magistrati ? .
E, come lui, anche il Csm e la commissione antimafia non hanno agìto, come se quei magistrati denunciati da Colonna avessero una "immunità" speciale.
Tutto quello che Colonna espose a De Magistris è stato come "acqua sul marmo. Dopo quegli interrogatori, la tanta documentazione depositata e memorie i signori magistrati hanno proceduto alla richiesta di archiviazione nei miei confronti e di altri coindagati, oggi la sentenza di assoluzione per gli altri. I dottori Enzo MACRI’ e Franco [sic] MOLLACE continuano a fare i magistrati, il dottor De Magistris è divenuto parlamentare e il dottor Spagnuolo ora è Procuratore Capo. In questa situazione solo l’opinione pubblica più avvertita riesce a comprendere." (14)
Quinto punto: Colonna dice che De Magistris ha goduto di "speciali impunità" per quello che ha fatto. Purtroppo non ha specificato quali e da parte di chi. Ma è una affermazione piuttosto pesante, che aggrava la reputazione di De Magistris. E che rende ancora meno credibile la sua immagine pubblica di magistrato "indipendente".
De Magistris ha avuto la possibilità di replicare alla lettera di Ugo Colonna, ma non mi risulta che ciò sia mai avvenuto. Più volte gli è stato chiesto di commentare, ma nulla. Io però sono curioso di conoscere la sua versione dei fatti, seguita magari da precisazioni e approfondimenti da parte di Colonna. Penso che Colonna dimostri notevole coraggio ad esporsi così pubblicamente, e che De Magistris ne dimostri poco trincerandosi nel suo silenzio, e in quello dei suoi "amici": come quei magistrati sul cui blog si legge che le accuse a Colonna e l'arresto furono un "atto di vile aggressione", senza specificare chi fosse l'autore di quell'atto. Lo dico perchè quel mezzo milione di persone che ha scritto il suo nome nella scheda elettorale forse non sapeva nulla di questa storia, e invece era suo diritto sapere. Almeno dopo, ma neanche allora.
APPENDICE: documenti a confronto
Adesso che conoscete meglio l'oggetto della denuncia di Colonna, vi chiedo di rivalutare, secondo lo vostra sensibilità soggettiva, i seguenti fatti:
1) Bruno Arcuri, magistrato di Catanzaro, nella relazione del giugno 2008 per il Consiglio giudiziario della sua corte d'Appello, espresse parere negativo per l'avanzamento di carriera di De Magistris.
La procura di Salerno, sostenuta da Travaglio e company, lo accusò di averlo fatto per delegittimare l'ex pm. (15)
Ora vi chiedo di leggere alcuni passi di quella relazione, riportati da Filippo Facci su "il Giornale", e di decidere voi stessi se quelle parole, riferite al periodo 2002-2008, siano fango o se invece trovino una sorta di conferma nella storia di Colonna:
«Prendendo possesso del mio ufficio di Procuratore generale, iniziavo la mia esperienza in Calabria con vivo interesse per il dr. De Magistris dopo aver letto di lui sulla stampa e averlo visto in televisione. Fui subito colpito dalle notizie che andavo apprendendo presso i colleghi tutti: i procedimenti da lui istruiti, di grande impatto sociale perché istruiti contro i cosiddetti colletti bianchi, erano quasi tutti abortiti con provvedimenti di archiviazione, con sentenze di non doversi procedere e con sentenze ampiamente assolutorie. Voci che mi stupirono perché in contrasto con la rappresentazione che ne davano i media»
«una serie numerosissima di insuccessi
«anomalia dei provvedimenti adottati »
«procedimenti infausti »
«omessa indicazione dei reati e delle fonti di prova»
«perseverava nell’adozione di provvedimenti immotivati malgrado i continui insuccessi».
«Di fronte a una tale patologia, forse unica nel panorama delle iniziative di un pm, a meno di configurare una magistratura disattenta se non collusa con centri di potere criminale (come ha configurato De Magistris con esternazioni mediatiche) non si sfugge a un’alternativa secca: o le persone indagate sono tutte esenti da responsabilità penali, o i giudici di Catanzaro sono tutti non professionalmente idonei se non corrotti».
«Il dato certo è che il dr. De Magistris è del tutto inadeguato, sul piano professionale e sul piano dell’equilibrio e sul piano dei diritti delle persone solo sospettate di reato, a svolgere quantomeno le funzioni di pm».
«Le tesi accusatorie sono cadute spesso per errori evitabili edevidenziati dall’organo giudicante »
«Sono emersi rilievi negativi per l’anomalia di molti provvedimenti adottati. I procedimenti di rilevante impatto sociale hanno trovato clamorose smentite»
«Il rapporto statistico indagini/giudizio lascia emergere un’anomalia, poiché numerosi procedimenti non hanno condotto a nessuna fondatezza. Non solo: nei provvedimenti si configurano violazioni manifeste di legge (addirittura diritti costituzionali), ovvero si radicano prassi senza alcun fondamento normativo, come in materia di intercettazioni»
«Giudizio finale negativo. Le voci capacità e preparazione presentano profili di evidente deficit»
«gravi vizio lacune; tecniche di indagine discutibili; procedimenti fondati su ipotesi accusatorie che non hanno trovato conferma, attività carente dal punto di vista dell’approfondimento e della preparazione».
2) Angela Napoli (Alleanza Nazionale) era la vice presidente della commissione parlamentare antimafia quando fu indagata da De Magistris. Lei disse che la sua iscrizione fu un "atto dovuto". Oggi partecipa spesso a incontri e convegni insieme all'onorevole De Magistris. Vanno d'accordo insomma.
Qualcuno le chiese, qualche anno fa, perchè si accompagnasse al suo ex inquisitore (che l'aveva prosciolta nel gennaio 2006). Ecco domanda e risposta, dal suo blog:
mildareveno:
"Onorevole Napoli, lei ha partecipato a un convegno sulla stampa in cui era presente anche De Magistris. Perché non gli ha ricordato la vicenda giudiziaria che ha coinvolto il giornale "Il Dibattito", l'avvocato Ugo Colonna e lei personalmente?"
28 ottobre 2007 21.40
Angela Napoli:
"Gentile Mildareveno, fermo restando che ho conosciuto personalmente il Procuratore De Magistris proprio nell'occasione del convegno da Lei richiamato e che la conoscenza si è limitata ad una stretta di mano all'inizio e alla fine dell'incontro, non vedo perchè avrei dovuto ricordare a De Magistris il "caso Reggio". Infatti, è stato corretta la mia iscrizione nel registro degli indagati, pur non avendo responsabilità alcuna se non quella di aver esplicitato una mia attività parlamentare; l'errore grave lo ha prodotto il Gip Baudi (oggi tutore di Loiero nella qualità di sottosegretario regionale alla legalità), poichè ha inserito le intercettazioni telefoniche,che riguardavano scambi notizie relative ad una mia interrogazione parlamentare,senza la dovuta autorizzazione della Camera dei Deputati,nell'ordinanza di custodia cautelare di uno dei cinque arrestati per quel caso. Come vede, quando non si ha nulla da temere e si sa di avere la coscienza tranquilla, si lasciano andare avanti senza interferenze tutte le inchieste, anche se fatte dal Procuratore De Magistris. on. Angela Napoli" 29 ottobre 2007 08.54
Perchè avrebbe dovuto ricordargli il "caso Reggio"? Forse perchè nel 2005 parlava così:
"... io vi invito a meditare su questo "caso Reggio", e a trovare le forme di parlarne, di farne delle denunzie ufficiali, di non fare cadere tutto nel dimenticatoio. Perchè guardate che su questo "Caso Reggio" c'è una volontà sotterranea che è la stessa volontà che ha portato alla operazione eclatante così come è apparsa, e quella stessa volontà che in questo momento sta mettendo tutto a tacere. Non può tacere! Non può finire così! Chi ha sbagliato, una volta per tutte, deve pagare, perchè solo così noi faremo giusitizia. E la faremo non per noi, che siamo coinvolti, ma per i tanti e numerosissimi cittadini che nella nostra terra hanno bisogno di vera, di vera giustizia, per i cittadini italiani e per i meridionali in particolare. (2)"
Se Ugo Colonna ha ritenuto di ricordarlo, forse c'era una ragione. Ad ogni modo, Massimo Bordin ha commentato così il comportamento apparentemente contraddittorio della sig.ra Napoli:
"[...]Per di più De magistris sembra essere parte e non estraneo alle faide interne alla magistratura calabrese, l'inchiesta su Angela napoli ne è un chiaro segnale. Che poi l'on. di AN oggi per suoi motivi ritenga utile sostenere il pm, non è nemmeno una novità nella dinamica dei rapporti giustizia politica." (link)
E chiudo citando Travaglio, che parla delle ultime vicende da magistrato di De Magistris, quelle note a tutti:
"Innocente. Capito? Innocente. Secondo la Procura di Salerno, che ha ricevuto per tre anni una raffica di denunce da parte dei suoi superiori e di suoi indagati, Luigi de Magistris non ha fatto nulla di illecito. Va archiviato perché s'è comportato sempre correttamente. Mai fughe di notizie, mai passato carte segrete a giornalisti, mai perseguitato né calunniato nessuno, mai abusato del suo ufficio. Semmai erano i suoi superiori a commettere contro di lui i reati che addossavano a lui. [...] In un paese normale, ammesso e non concesso che queste vergogne possano accadere, ci sarebbe la fila sotto casa del magistrato per chiedergli scusa. Ma, nel paese della vergogna, non si scusa nessuno. " (16)
"Il tempo, dice il proverbio, è galantuomo. E aiuta a distinguere i galantuomini dai mascalzoni. Due galantuomini, Clementina Forleo e Luigi De Magistris, vengono attaccati, perseguitati, infangati da una campagna politico-mediatica che avrebbe stroncato un bisonte. Ma non si sono lasciati abbattere. Hanno risposto colpo su colpo nelle «sedi competenti». Ora in quelle sedi la verità comincia a emergere. A Salerno, dove De Magistris ha denunciato i superiori per le fughe di notizie che poi venivano attribuite a lui, le indagini sarebbero a buon punto: non è lontano il giorno in cui chi l’ha condannato al Csm dovrà vergognarsi e chiedergli scusa." (17)
Sarà anche come dice Travaglio, non so. Ma De Magistris ha mai chiesto scusa a Ugo Colonna?:
"... io trovo questo, per uno stato democratico, una cosa sconvolgente" (Ugo Colonna, commentando una delle accuse che gli avevano fatto, aprile 2005)(1)
Note:
(1) Radio Radicale, 22 aprile 2005, "Il ruolo della magistratura calabrese nella lotta alla 'ndrangheta"
(2) Radio Radicale, 11 febbraio 2005, "Verità in manette"
(3) Antimafia duemila, "Il verminaio di Reggio Calabria". Articolo visibile solo per gli abbonati, ma si può leggere nella "copia cache" della pagina.
(4) Brano tratto dall' interrogatorio di garanzia di Ugo Colonna davanti al gip Antonio Baudi, riportato nell' articolo della nota 14.
(5) "L' ex deputato Matacena torna libero", Corriere della Sera:
"L' avvocato Colonna era accusato di violenza o minaccia a corpo giudiziario. Un' accusa che il Tribunale del riesame ha considerato insussistente, ritenendo «legittime» le notizie fornite dal penalista al giornalista Gangemi."
(6) "Pressioni DDA Reggio: Sarà depositata entro lunedì la sentenza del Tribunale del riesame", 26 novembre 2004, qui.
(7) http://www.ateneonline-aol.it/060515vlad2.php
(8) http://www.ateneonline-aol.it/060515vlad.php
(9) Virgolettato attribuito a Ugo Colonna, citato in "La Giustizia in Calabria maleodorante verminaio" di Lino Jannuzzi, 15 ottobre 2007, su "ilcircolo.it". Fino a poco tempo fa l'articolo era on-line. Oggi se ne trova una traccia a questi link: link1 link2 link3.
(10) La stampa rilancia le accuse su scala nazionale, e con titoloni sensazionali:
a) "Ecco come la cupola comandava a Reggio" (Corriere).
b) "Sarebbe Colonna a riferire di una spaccatura interna alla Dda e a ideare insieme al Gangemi un piano per “aggredire il dottore Vincenzo Macrì”: “pianificare un attacco anche al procuratore nazionale Dott. Vigna”. Il tutto grazie a documenti “esplosivi” in suo possesso". (3)
(11) "Società civile contro l'arresto dell'avv. Ugo Colonna", terrelibere.org:
"Alcuni rappresentanti di associazioni anti-mafia di Catania hanno invitato tutti i cittadini a partecipare alle prossime udienze del cosiddetto processo Lembo a Catania, sui “presunti” aggiustamenti dei pentiti messinesi ordito da magistrati e imprenditori mafiosi della città dello Stretto. “Per la prima volta l`avvocato Ugo Colonna non potrà testimoniare”, scrivono nel loro accorato appello. “Colonna si trova in carcere per aver "minacciato" l`autorità giudiziaria. Sapete perché? Perché ha denunciato illegalità e ingiustizie (e collusioni di parte della magistratura) attraverso i media. Un "delitto di opinione" punito con il carcere. In tutta la storia del nostro bel paese, questo provvedimento è stato applicato soltanto 4 o 5 volte. Ora lo hanno tirato fuori per colpire, delegittimare e umiliare una delle poche persone oneste che io conosco e che ha avuto il coraggio di prendere posizione contro un sistema di potere corrotto e perverso."
(12) Radio Radicale, 6 novembre 2009, ""Questione morale e istituzioni.Etica e poteri. Quale Italia in Europa?"
(13) http://www5.melitoonline.it/index.php/home/layout/set/print/Regionale/Cronaca/Catanzaro-Il-Caso-Reggio-tutti-assolti-ma-ha-vinto-l-art.-21-della-Costituzione
(14) "La dichiarazione dell'Avv. Ugo Colonna" di Ugo Colonna, su "Dibattito news" del giugno 2009, pag. 2.
(15) Dalla ordinanza della sezione disciplinare del Csm contro i magistrati di Salerno e Catanzaro:
"Il 3 dicembre 2008 il Comitato di Presidenza del Consiglio superiore trasmetteva gli atti acquisiti ai titolari dell’azione disciplinare. Sempre il 3 dicembre il Consiglio giudiziario della Corte di appello di Catanzaro esprimeva all’unanimità “preoccupazione per l’iniziativa presa dal Procuratore della Repubblica di Salerno”, che aveva ritenuto di “incriminare”, nell’ambito del predetto atto di perquisizione e sequestro, il Procuratore generale di Catanzaro, dott. Iannelli ed il Presidente di sezione del Tribunale di Catanzaro, dott. Bruno Arcuri, “per il parere negativo formulato dal Consiglio in ordine alla nomina del dottor Luigi De Magistris a magistrato di appello”."
(16) "Il coniglio superiore" di Marco Travaglio, su "l'Unità" del 6 giugno 2008, pag. 4.)
(17) "E chiedere scusa?" di Marco Travaglio, su "l'Unità" del 2 aprile 2008, pag. 8)
Ultimo aggiornamento ( Venerdì 02 Aprile 2010 11:02 )
LA META DEL DECLINO ITALIANO
Giovedì 01 Aprile 2010 13:18
Raffaele
Opinioni
DI MARCO DELLA LUNA nuke.lia-online.org
Da quasi venti anni l’Italia sta costantemente perdendo produttività rispetto anche ai partners comunitari nonché quote del mercato internazionale. Peggiorano la qualità della “giustizia” (156esima per qualità al mondo), dell’insegnamento, della pubblica amministrazione in generale, cala la capacità di ricerca e innovazione e gli investimenti stranieri.
Aumentano debito pubblico e tasse. Peggiorano la bilancia dei pagamenti e l’occupazione. Tutto ciò rende le imprese ancora meno competitive e allontana i capitali stranieri.
Non si sono avute inversioni di tendenza.
Quindi la direzione stabile è questa: impoverimento, minore reddito, minore capacità di esportare (meno 24% nel 2009), di sostenere il debito interno, di pareggiare la bilancia dei pagamenti, di modernizzare.
Dato che ciò va avanti da circa vent’anni senza inversioni di tendenza nonostante le diverse maggioranze politiche avutesi nel periodo e i molti preannunzi di incisive riforme, è chiaro che si tratta di un processo dovuto a fattori strutturali, non contingenti, che non vengono rimossi, e su cui non hanno effetto quelli che sono presentati come interventi di razionalizzazione, di risparmio, di controllo, di manovra sui conti pubblici, di stimolo, quali quelli che si discutono e talora si attuano da parte della dirigenza politica.
Infatti ne sono stati fatti molti senza che la tendenza si sia modificata. Neanche dall’entrata nell’Euro. Anzi…
Il recente saggio di Luca Ricolfi, titolato “Il Sacco del Nord”, ci aiuta a capire le cause strutturali di questo declino come tutt’uno con un’altra e ben più inveterata costante italiana: da 60 anni si fanno interventi di spesa e incentivi per sollevare il Mezzogiorno rispetto al Settentrione, senza alcun risultato positivo.
Il Mezzogiorno, anziché avvicinarsi, scende sempre più in basso, nonostante che gli interventi e la spesa continuino.
L’idea alla base delle politiche meridionaliste era quella di trasferire ricchezza dal Nord al Sud per un limitato periodo di tempo, al fine di finanziare e sostenere lo sviluppo del Sud e mettere il Sud in grado di sostenersi da solo (così ha fatto la Germania col suo Est ex comunista).
A quel punto, il Sud non avrebbe più avuto bisogno di aiuti (in circa 20 anni questo piano è stato attuato, ed è sostanzialmente riuscito, dalla Germania per assimilare e perequare la DDR).
Per contro, nella realtà, dopo 60 anni di aiuti, il Sud non solo non è in grado di sostenersi da solo, non solo non si è avvicinato al Nord, ma addirittura si è ulteriormente indebolito, ha sempre più bisogno di aiuti, e il divario rispetto al Nord aumenta anche se si mantengono gli aiuti.
Al contempo, ancora più forte è divenuta la criminalità organizzata e la sua commistione con la politica. Per erogare i medesimi servizi (ovviamente però di qualità inferiore), per esempio, la Regione Sicilia ha un costo sestuplo della Regione Lombardia.
Il tasso di spreco/ruberia in Sicilia è circa il 55%, in Lombardia circa il 5%. Gli aiuti sono andati complessivamente a rafforzare la locale partitocrazia a forte componente mafiosa e a consentirle di estendere il proprio dominio sul sistema-paese.
Il saggio di Ricolfi conferma quanto scrivevo due anni fa a pag. 34 del mio Basta con questa Italia!, e che da ancor prima si sapeva, ma si teneva sotto il tappeto:
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La classe politica italiana, nel suo complesso, tra una cospicua rendita e mezzi per mantenersi al potere mantenendo il Sud nell’arretratezza, quindi nel bisogno, così da giustificare forti trasferimenti perequativi dalla Lombardia e dal Veneto (e in minor misura da Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Marche), che usa appunto per arricchirsi e per mantenersi al potere;
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Nell’intercettazione delle risorse pubbliche è particolarmente attiva la criminalità organizzata, la quale è dominante in un numero tale di collegi elettorali, che nessuna maggioranza parlamentare o locale può reggersi, se non con essa;
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La raccolta del consenso e delle sponsorizzazioni avviene estesamente attraverso spartizione illeciti di privilegi (voti clientelari, voti di scambio, corruzione), sicché i meccanismi di legittimazione democratica sono in opposizione con la legalità (ci si legittima violando la legge);
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La funzione giurisdizionale non costituisce un ostacolo, perché ricoperta di privilegi, ampiamente cointeressata, e qualitativamente al livello dell’Africa Nera (156a al mondo per qualità);
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Nessun potere giudiziario, del resto, avrebbe efficaci strumenti di fronte a un’illegalità sistemica (i giudici possono tutelare la legalità solo se l’illegalità è l’eccezione, non se è la regola, il metodo generalmente praticato, cioè la vera legge; e leggi ufficiali dello Stato italiano sono lontanissime dalle leggi reali del sistema di potere italiano, incluso il potere giudiziario. Doppia legalità)
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In ogni caso, ciò che i giudici tutelano è sempre la legge, l’ordinamento reale del sistema di potere, che coincida o non con la legge ufficiale; lo tutelano applicandolo nei fatti seppur rivestito di forme accettabili, di legittimità ufficiale; questa operazione di rivestimento, ai magistrati italiani, riesce sempre meno bene;
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La competizione per il potere tra i partiti politici è vinta da quei soggetti che riescono a raccogliere e distribuire più risorse (spesa pubblica, privatizzazione, creazione di mono/oligopoli, appalti) per remunerare i loro sostenitori, grandi e piccoli (la solidarietà non funziona perché chi maneggia i soldi della solidarietà li usa per sé, per il suo clan, per i suoi sostenitori e li adopera per restare al potere).
Questo meccanismo si è venuto rafforzando e stabilizzando attraverso anche la campagna Mani Pulite. La sua stabilità è dovuta a precisi fattori:
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E’ semplice e facile da mandare avanti (idiot-safe, Idioten-sicher, a prova di idiota): non richiede competenze e capacità di governo e direzione (bastano capacità delinquenziali); può quindi essere gestito e fatto rendere anche da una classe dirigente impreparata, e selezionata in base a qualità antisociali, quale è quella italiana;
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Nel breve-medio termine è in grado di garantire rendite e privilegi che continuano anche mentre produce il declino dell’intero sistema-paese e lo avvia alla povertà nel lungo termine (ma si sa che, mentre i profitti di un meccanismo continuano nel presente, la prevedibilità di un disastro nel lungo termine non modifica i comportamenti degli operatori);
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Non sono disponibili meccanismi alternativi, virtuosi, redditizi e al contempo gestibili da una classe dirigente come la nostra;
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La classe politica del Sud dipende, per mantenere potere e rendite, dalla possibilità di scaricare sul Nord i costi delle inefficienze, delle disfunzioni, delle distrazioni che essa produce (se il Sud non potesse operare questo scarico, dovrebbe fare i conti con se stesso e le proprie distorsioni, e sarebbe costretto a cambiare per sopravvivere);
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In quest’ottica, che esclude la possibilità pratica un risanamento o una correzione del sistema-paese, gli operatori politici non possono razionalmente porsi obiettivi di lungo termine e di efficienza del sistema; l’unico obiettivo razionale per loro è arraffare il più possibile dalla nave che sta affondando, e trasferirlo al sicuro; ed è in questa logica che, come constatiamo quotidianamente, stanno sempre più operando. Pertanto, non può avvenire che la politica italiana progetti o tenti di correggere il sistema. Al contrario, più esso si deteriora, più la classe politica sarà motivata ad agire con logiche di breve termine e per far cassa. Quindi, nei prossimi tempi, avremo sicuramente un peggioramento della gestione del paese. Grandi ricorsi a norme in deroga per lanciare grandi opere inutili ma redditizie nel breve, grandi appalti pubblici a società di amici, grandi saccheggi del territorio, sono inevitabili e già in corso.
Per tutte le suddette cause, il meccanismo di produzione di potere e rendita per la classe dirigente, e di impoverimento del Paese, ma efficacissimo per i suoi gestori, è continuato nonostante i suoi fallimenti, nonostante la sua nocività e rovinosità, che oramai si manifestano visibilmente e fanno prevedere il peggio. E’ continuato e continua anche oggi, immutato, come i continui scandali dimostrano.
L’illegalità, la corruzione, non sono accidenti, errori di percorso, della politica, ma il metodo e lo scopo con cui si fa politica e si va avanti in politica. Si fa politica per intercettare la spesa pubblica; senza le risorse prelevate da questa, non si vince nella competizione per il potere.
Per capire meglio dove questo meccanismo stia portando l’Italia, dobbiamo considerare il fatto che esso sta, come dice Ricolfi, “spoliando” le regioni trainanti, quelle competitive a livello mondiale, ossia (soprattutto) Lombardia e Veneto, per mantenere le regioni più improduttive.
“Spoliare” significa non solo “sfruttare”, ma spremere tanto da togliere anche le risorse necessarie per il mantenimento dell’efficienza produttiva, per gli investimenti, le innovazioni, le infrastrutture. Con la conseguenza che anche Lombardia e Veneto da anni oramai perdono colpi (è in corso una moria di imprese, un dilagare delle insolvenze, e le infrastrutture stanno deteriorandosi, strade in testa, per omessa manutenzione), e per tale ragione il sistema-paese arretra sempre più rispetto agli altri paesi comunitari e rispetto a tutto il mondo.
Da parte dello Stato italiano, Lombardi e Veneti sono sottoposti a uno sfruttamento coloniale, che per giunta impone loro di divenire, gradualmente, una zona arretrata come il Sud, ma senza più l’assistenza di cui ora il Sud, grazie ai loro soldi, sta godendo.
Sicuramente, non tutta la classe politica del Sud è mafiosa. Ma tutta la classe politica del Sud dipende dalla gestione mafiosa delle risorse pubbliche e dall’azione mafiosa in parlamento, per restare al potere e nelle sue posizioni di rendita e di consenso. E ogni maggioranza parlamentare dipende dal voto dei politici meridionali.
Lo Stato italiano unitario, in ragione della struttura del suo ordinamento reale, è, e non può non essere, uno Stato-mafia, nel senso peggiore del termine, che non è quello delle lupare, ma quello del blocco dello sviluppo, della controllo attraverso la sclerotizzazione, dell’incapacità a fare altro che estorcere denaro a chi produce, del non avere cura del domani.
Del resto, come sta dimostrando il caso della Grecia rispetto all’Euro, aree geografiche con grandi diversità tra di loro in fatto di produttività e competitività non riescono a mantenere una moneta comune, perché le aree a bassa produttività e competitività hanno necessità di svalutare per poter continuare ad esportare e non entrare in recessione, la quale comporta minori entrate quindi crescenti difficoltà nel pagare gli interessi sul debito (pubblico e privato), disoccupazione, fine del welfare, etc.
L’Italia, prima dell’Euro, restava competitiva in quanto, ricorrentemente, svalutava la Lira.
Oggi non lo può fare. Ma non può nemmeno rendersi più competitiva attraverso investimenti in innovazione infrastrutture, perché il meccanismo del potere nello Stato italiano, come dianzi spiegato, assorbe per altri fini le risorse necessarie e si oppone all’ammodernamento siccome destabilizzante per i privilegi consolidati sul cui consenso di reggono gli equilibri politici.
Inoltre, la classe politica italiana non ha la competenza necessaria per un ammodernamento.
Quindi l’Italia continua da sessant’anni a sprecare denaro nel Sud a danno nel Nord e del Sud stesso (il quale, potendo scaricare i costi delle proprie disfunzionalità sul Nord, può evitare di fare i conti con esse e a correggerle); e da quasi venti anni continua, stabilmente, a perdere quote di mercato; è pertanto in una recessione strutturale, salvo quanto diremo presto.
Attualmente lo Stato toglie al Nord, ogni anno, circa 50,6 miliardi netti, pari a circa il 7% del pil del Nord, se si applica un criterio totalmente solidaristico (ossia, che la spesa pubblica pro capite sia eguale per tutte le regioni); oppure 83,5 miliardi, se si applica un criterio totalmente responsabilistico (ossia, ogni regione spende i suoi redditi). Le cose si fanno ancora più gravi, se si considera che nel Nord ci sono tre regioni passive (Liguria, Val d’Aosta e Trentino-Alto Adige). I più saccheggiati sono i Veneti con 7,7 miliardi su 4,5 milioni di abitanti.
La suddetta assenza di alternative praticabili a questo meccanismo di potere rende pressoché certo che questo processo di impoverimento e arretramento continui (così la pensa anche Luca Ricolfi), e, proseguo io, che continui fino a che non intervenga un crollo strutturale, un evento di rottura, quale potrebbe essere l’espulsione o l’uscita dall’Euro, come proposto dal Cancelliere Merkel per la Grecia.
Oppure un piano di “aiuti” finanziari da parte di un costituendo Fondo Monetario Europeo, però condizionati a riforme durissime, al pagamento di onerosi interessi, e alla perdita del diritto di voto in ambito comunitario – sulla linea avanzata dal ministro tedesco delle finanze sig.ra Schäuble, sempre per la Grecia.
Questo equivarrebbe a un commissariamento dello Stato greco o italiano da parte della finanza comunitaria e della BCE, che è sostanzialmente privata nella gestione.
All’asservimento di (lavoratori e consumatori) Greci e Italiani agli interessi, sovente contrapposti, delle nazioni forti nell’UE. E a un brusco peggioramento delle condizioni di vita, in termini di taglio della spesa pubblica e degli stipendi, nonché di inasprimenti fiscali. O di cessione di beni, risorse, imprese pubbliche a soggetti finanziari privati.
In sostanza, sarebbe un’operazione di ulteriore spoliazione, di alienazione del lavoro e del risparmio non più di una regione da parte di uno Stato centrale per conto di una casta, ma di intere popolazioni nazionali da parte di potentati finanziari sovranazionali operanti attraverso organismi comunitari e paracomunitari come la BCE.
Quali scelte può razionalmente fare il cittadino che non partecipi di rilevanti benefici dipendenti dal meccanismo di potere italiano? Lottare per cambiare il sistema?
E’ irrealistico, irragionevole, perché il sistema va bene così a chi lo ha in mano, e dispone di ampi mezzi, dall’oligopolio mediatico alle forze dell’ordine, per preservarsi. Ingegnarsi per trovare, nella propria attività produttiva, soluzioni volta per volta alle difficoltà commerciali, tributarie, recessive, infrastrutturali? E’ come arrampicarsi sempre più in alto sull’albero di una nave che affonda per rinviare l’inevitabile annegamento.
L’unica opzione razionale per chi è ancora abbastanza giovane, come pure per chi ha risorse sufficienti per vivere di rendita (e non vuole ritrovarsele una mattina svalutate da un’uscita dall’Euro o ipertassate per restare nell’Euro), è l’emigrazione verso un paese efficiente, con un trend di sviluppo e innovazione. Esportando i capitali. La scelta è ampia, per fortuna.
La fuga di capitali, di imprenditori e di cervelli dall’Italia è già da tempo in atto. Il regime italiano ne ha beneficio, perché la gente capace e scontenta è sempre una minaccia per un regime inefficiente.
In questo scenario, non si può peraltro escludere, dopo prevedibili disastri economici, un sollevamento indipendentista delle regioni “spoliate” del Nord, le quali hanno stretto, grazie anche alle competenze delle regioni nei rapporti internazionali, una fitta rete di accordi economici, amministrativi e culturali con le regioni europee confinanti.
L’opzione funzionalmente più razionale e benefica per tutti, nel medio termine, sarebbe separare il Nord dal Sud, come si separò la Cechia dalla Slovacchia, in ragione delle oggettive diversità di bisogni di queste due aree.
Il Nord resterebbe nell’Euro e concorrerebbe efficacemente con le altre aree economiche evolute, libero dal saccheggio attuale. Il Sud, comprensivo del Lazio, si darebbe una valuta propria, svalutata rispetto all’Euro, quindi ridiverrebbe competitivo col suo turismo e le sue esportazioni. Riceverebbe fondi perequativi sotto la sorveglianza dell’Unione Europea. E sarebbe costretto a fare i conti, dopo un secolo circa, con la sua aberrante e retrograda struttura di potere mafiosa – o eliminandola (improbabile) oppure istituzionalizzandola, cioè mettendola in condizione di rendersi visibile e di doversi assumere responsabilità politiche, senza più poterle scaricare su teste di paglia istituzionali e sulle regioni produttive.
Il che la costringerebbe ad evolversi in una forma meno maligna. A imparare a produrre funzionalità, servizi, beni, anziché limitarsi a prendere quelli prodotti da altri. Parimenti, non avrebbe più spazio quella mentalità, ora potente, che percepisce che il guadagno ottenuto con l’inganno valga il doppio di quello guadagnato lealmente, e che quello guadagnato con l’estorsione valga il quadruplo.
In effetti, se consideriamo tutte le predette cause della recessione italiana, dovremo riconoscere che essa non è soltanto una recessione strutturale, bensì una recessione essenziale, cioè derivante dalla stessa natura e composizione del paese, dell’Italia unificata.
Però l’establishment politico-istituzionale italiano non può che opporsi a soluzioni del suddetto tipo (come pure all’attuazione di un vero federalismo), perché esso si regge e si arricchisce sul sistema presente, sullo sfruttamento del Nord, ma anche perché ha adottato il modello e la cultura meridionali di potere, e perché non ha la competenza, la cultura, per gestire la cosa pubblica diversamente, ossia in un modo tecnicamente valido, e ha costruito una fortissima burocrazia che ha una mentalità aliena dal confronto coi problemi reali.
In senso assolutamente contrario ad ogni aspirazione indipendentista, ed evocando la sacralità dell’unità d’Italia per precludere una pericolosa discussione realistica e pragmatica del problema, si è espresso anche recentemente il Presidente Napolitano.
Se non è possibile innalzare il Sud al livello del Nord, è invece ben possibile abbassare il Nord al livello del Sud, assimilare il Nord al Sud, e così ricomporre la divisione tra le due aree del Paese: è facilissimo, basta continuare come già si sta facendo da decenni. Questa è l’unica via praticabile.
Napolitano ha espressamente ammonito che le regioni avanzate non pensino a soluzioni separate dal Sud. Dato che un’area a bassa efficienza e produttività, come il Sud, non può sostenere la condivisione di una valuta forte con aree ad alta produttività ed efficienza, come il Nord; e dato che in 60 anni di aiuti la produttività e l’efficienza del Sud non si sono pareggiate a quelle del Nord, ma sono calate; e dato infine che il ceto politico italiano non sa fare altro che ciò che sta facendo ora – dato tutto ciò, è chiaro l’unica via praticabile per tenere insieme l’Italia è appunto pareggiare, assimilare il Nord al Sud, spoliando il Nord, come si sta facendo, fino a ridurlo all’arretratezza del Sud, e formare un paese omogeneamente arretrato, come la Grecia.
Omogeneo nell’arretratezza, quindi unito. In questo senso ha ragione Tremonti quando dice che il modello economico dei Bersani (ma non solo di Bersani, ovviamente) è la Grecia. Come rappresentante dell’unità d’Italia (art. 87 Cost.), nonché come eletto della classe politica italiana, il Presidente della Repubblica italiana ha il dovere giuridico di sostenere, imporre, portare avanti questa opzione.
Però bisogna vedere come si pronunceranno la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e la Corte dell’Aja di fronte a ricorsi con cui esponenti dei popoli del Nord, basandosi anche sul Trattato di Lisbona, denuncino, dati econometrici alla mano, di essere popoli, minoranze, oppresse e “spoliate” colonialmente da uno Stato caratterizzato di bassissima legalità (in ambito sia civile che pubblico), determinante presenza criminale nelle istituzioni, forte e stabile tendenza involutiva, e sistematica violazione della Carta dei Diritti dell’Uomo.
Marco Della Luna (Mantova, 19.03.10) Fonte: http://nuke.lia-online.org
Ddl lavoro, Napolitano non firma
Mercoledì 31 Marzo 2010 12:56
Mario Grasso
Politica
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha firmato il Ddl del governo sul lavoro e ha rimandato il testo alle Camere.
"Il Capo dello Stato è stato indotto a tale decisione dalla estrema eterogeneità della legge e in particolare dalla complessità e problematicità di alcune disposizioni - con specifico riguardo agli articoli 31 e 20 - che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia delicatezza sul piano sociale. Ha perciò ritenuto opportuno un ulteriore approfondimento da parte delle Camere, affinché gli apprezzabili intenti riformatori che traspaiono dal provvedimento possano realizzarsi nel quadro di precise garanzie e di un più chiaro e definito equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale" si legge nella nota del Quirinale. E' la prima volta, dal momento dell'elezioni di Napolitano, che il Presidente rinvia una legge alle Camere.
I rilievi del Colle si appuntano su una delle due norme del ddl Lavoro. Quella che riguarda la nuova procedura di conciliazione e arbitrato che di fatto incide sulle norme dell'articolo 18 relative al licenziamento. In particolare l'articolo indicato nel comunicato del Quirinale prevede che già nel contratto di assunzione, in deroga dai contratti collettivi, si possa stabilire che in caso di contrasto le parti si affidino ad un arbitrato.
L'altro articolo sul quale il Quirinale ha mosso rilievi è il 20, che esclude dalle norme del 1955 sulla sicurezza del lavoro il personale a bordo dei navigli di Stato.
La reazione del governo: "Terremo conto dei rilievi del capo dello Stato" dice il ministro del Welfare Maurizio Sacconi . "Proporremmo alcune modifiche che mantengano in ogni caso l'istituto che lo stesso presidente della Repubblica ha apprezzato".
Soddisfazione è stata espressa dal Pd ("Speriamo che la maggioranza non sprechi questa occasione offertale dal presidente della Repubblica", hanno detto i deputati della commissione lavoro di Montecitorio, Marianna Madia e Ivano Miglioli) e dalla Cgil, fortemente critica verso il provvedimento. "E' una decisione - dice il segretario Guglielmo Epifani - che conferma le considerazioni della Cgil sugli aspetti critici del provvedimento. E' di tutta evidenza l'intempestività di una dichiarazione comune su una legge nemmeno ancora promulgata nè pubblicata sulla Gazzetta ufficiale".
Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 31 Marzo 2010 12:58 )
Elezioni regionali: chi ha vinto?
Martedì 30 Marzo 2010 00:24
Mario Grasso
Politica
GUARDA I RISULTATI REGIONE PER REGIONE
I risultati di queste elezioni regionali sono stati accolti come una vittoria sia dallo schieramento del centro-destra, sia da quello del centro-sinistra (con l'eccezione di Di Pietro).
Da una parte il Pdl può esultare per aver conquistato ben sei regioni (Lombardia, Veneto, Piemonte, Lazio, Campania e Calabria) contro le due che ha governato negli ultimi cinque anni; dall'altra, il Pd può ritenersi soddisfatto per aver preso praticamente gli stessi voti del Pdl (circa il 26% dei voti per entrambi i partiti)
Chi ha ragione? Probabilmente nessuno dei due...
La vincitrice di queste elezioni è probabilmente la Lega Nord: oltre ad aver piazzato due uomini a capo di regioni importanti come Veneto e Piemonte, il carroccio ha superato il Pdl in Veneto, ha raccolto lo stesso numero di voti degli alleati in Lombardia e ha sfondato in Piemonte raccogliendo il 17% dei voti.
Il Pdl, d'altro canto, ha ottenuto grandi consensi nel sud Italia: 34% in Campania, 26% in Calabria, 30,8% in Puglia, dove pure la coalizione di centro-destra è stata sconfitta.
Il vero sconfitto di queste elezioni, probabilmente, è il Pd. Pur avendo recuperato rispetto alle ultime elezioni europee, i democratici hanno perso Campania e Calabria con percentuali clamorose, hanno vinto in Puglia appoggiando un candidato (Vendola) non del Pd e hanno perso in Piemonte consegnando la regione alla Lega, forza non molto radicata sul territorio regionale. Sembra evidente che il Pd ha retto laddove ha avuto il coraggio di proporre qualcosa di nuovo (Puglia e Lazio), mentre è stato punito dagli elettori laddove non ha proposto soluzioni di continuità con il passato (Calabria e Piemonte). Inoltre, il partito conferma di avere grosse difficoltà a radicarsi nelle regioni del Nord Italia, rimanendo forte solo nelle storiche regioni rosse del Centro-Nord.
Cresce l'Idv di Di Pietro, che probabilmente continua ad attrarre l'elettorato deluso dal Pd.
La vera novità, però, è il Movimento a 5 stelle di Beppe Grillo che ottiene il 6% in Emilia Romagna, il 2,3% in Lombardia, il 3,65% in Piemonte, il 2,5% in Veneto e l'1,37% in Campania. Il Movimento, nato e sviluppatosi sul web, ha raccolto consensi pur senza una grossa visibilità mediatica, dimostrando, congiuntamente all'altissima astensione, che una buona fetta di italiani non si riconosce nell'operato di alcun partito politico.
Ultimo aggiornamento ( Martedì 30 Marzo 2010 00:32 )
Astensione motivata
Lunedì 29 Marzo 2010 12:01
Raffaele
Politica
La notizia è che in Francia, dove si è votato per le elezioni regionali, l’affluenza alle urne è calata di dieci punti rispetto a quattro anni fa. Più della metà dei francesi ha scelto di non votare. È una buona notizia? Certamente no. Eppure è il segno che in tutte le democrazie sviluppate gli elettori utilizzano anche il non voto come forma consapevole di espressione democratica, soprattutto laddove l’offerta politica tende a farsi deludente e ripetitiva. Tutto il contrario del qualunquismo.
Ho appena letto i risultati sull'affluenza delle 22. Sconcertante: non so come andrà a finire, ma il dato politico - vinca l'uno o l'altro,siano di più o di meno gli astenuti - è chiaro. Alle regionali del 1995 votò l'85% degli aventi diritto. Voglio però premettere che la mia posizione a favore di un’astensione motivata o, come ha scritto Michele Ainis, a favore di una vera e propria obiezione di coscienza rispetto all’esercizio del diritto di voto nell’attuale contesto politico, si è rafforzata dopo aver osservato i fatti degli ultimi giorni.
Il nostro cinepanettone si è infatti arricchito di scene già viste e sta seguendo fedelmente la trama che tutti conosciamo. Pdl e Pd hanno imboccato la strada della militarizzazione dei propri elettorati invocando rispettivamente il rischio di golpe e di regime, potendo contare ancora una volta sul supporto offerto da intercettazioni telefoniche finite ancora una volta a tempo di record sui giornali. Ma torniamo alle obiezioni sollevate alla posizione astensionistica, che possono essere sostanzialmente ricondotte a tre tipologie. La prima: la diagnosi (il cinepanettone) è corretta ma la sola protesta non basta. Non andando a votare si rischia di avvantaggiare la “casta”. La seconda: nonostante la generale disaffezione verso i partiti, rimangono differenze profonde in termini di qualità e capacità dei candidati. La terza: in un paese che ha vissuto nella sua storia recente la dittatura fascista, l’esercizio del diritto di voto ha un valore talmente sacro da non poter essere intaccato da nessun’altra considerazione che nasca dalla contingenza politica.
Per rispondere alla prima obiezione proviamo a riflettere sugli eventuali esiti di un massiccio aumento dell’astensione e delle schede bianche. Chi scrive ritiene che uno scenario del genere metterebbe in crisi l’immobilismo che ha ormai congelato l’offerta politica dei due schieramenti, rafforzando il rifiuto di uno scontro ormai sterile che paralizza il paese da troppi anni. Così come sarebbe il miglior aiuto ad una politica che volesse davvero rinnovarsi. Perché siamo convinti, forse ingenuamente, che il cambiamento possa provenire dal suo interno.
Il secondo argomento di chi respinge l’astensione, la differenza nella qualità dei candidati e nell’offerta politica dei due schieramenti, è più impegnativo. Anche noi siamo convinti che le differenze esistano, nei programmi e nei curricula dei candidati, ma purtroppo ciò non può cambiare il copione e il finale di questo brutto film. Al di là della credibilità dei singoli esiste infatti in Italia un sistema fatto più o meno da centomila persone che sopravvivono solo grazie ai privilegi garantiti da una rendita di posizione politica.
Dobbiamo pensare a questo sistema come ad un'azienda inefficiente, senza eguali in Italia per potere e dimensione, che da tanti anni non è più responsabile di fronte agli azionisti-elettori del proprio operato e dell’utilizzo delle risorse pubbliche . La “Politica spa” continua a prosperare perché è riuscita ad erigere solide barriere contro l'ingresso di potenziali concorrenti (varando leggi elettorali “ad castam” ed esercitando un controllo ferreo sul sistema televisivo) e allo stesso tempo ha trovato uno straordinario messaggio di marketing capace di farla continuare a piazzare sul mercato la sua offerta scadente. Quel messaggio di marketing si regge sulla sopravvivenza di una contrapposizione ideologica che in tutti gli altri paesi occidentali è stata sepolta da almeno vent’anni e che rappresenta il vero meccanismo da sconfiggere. Una prova della forza di questa dinamica l’abbiamo nel Lazio, dove le due candidate che si presentavano come “indipendenti” rispetto ai due partiti principali si sono rapidamente adeguate, nel linguaggio e nelle posizioni, al solito vecchio copione.
E ancora, pensiamo ai due temi simbolo di questo scontro quindicennale: giustizia e conflitto di interessi. Domandiamoci perché destra e sinistra non hanno varato una riforma di queste due materie quando sono stati al governo. Noi riteniamo che il fatto di lasciare irrisolte queste questioni rappresenta la migliore garanzia per poterle usare al fine di mobilitare un elettorato stanco e deluso, e anche per questo l'astensione può essere lo strumento capace di rompere lo schema.
L’accusa di “Aventinismo” è collegata al terzo insieme di obiezioni che la nostra presa di posizione ha sollevato. Siamo naturalmente i primi ad onorare il ricordo di coloro che diedero la vita per garantire agli italiani il libero esercizio di voto ed è doloroso essere spinti a sostenere che l’astensione (o la scheda bianca) possano essere un mezzo per ripristinare il rapporto tra politica e cittadini. Riteniamo tuttavia che un’astensione costruttiva e motivata, che scaturisca dalla richiesta del ritorno di una politica alta e forte, sia profondamente in sintonia con lo spirito originario della nostra democrazia e della nostra Costituzione.
Infine la politica. Il dibattito di questi giorni ha visto il silenzio pressoché unanime dei partiti politici anche dinanzi ai dati del sondaggio SWG che mostra come il 51% dell’elettorato più giovane consideri giusto astenersi. Persino dinanzi alla delusione e al senso di tradimento degli elettori più giovani, quelli sui quali qualsiasi paese deve investire per costruire il proprio futuro, la politica sceglie di bendarsi gli occhi. È certamente la prova più eclatante di come sia proprio questa politica ad essersi ritirata sull’Aventino.
L’Italia sta votando, ma un terzo degli italiani non ha più partito, patria politica alla quale appartenere: se scorporiamo un 10% d’astensionismo “fisiologico”, un italiano su quattro ha deciso che non era il caso. Non era il caso di sprecare del tempo per andare ad accasarsi in ruoli conosciuti e marcescenti, costruiti su nani e ballerine da un lato, su cariatidi muffite dall’altro. Il percorso è stato lungo, travagliato, ma alla fine il dato è chiaro: un partito che avrebbe una consistenza paragonabile a quella della vecchia DC o del PCI è sull’Aventino, che attende.
Che un quarto degli italiani siano approdati ad un astensionismo consapevole – in questo quadro – non è di per sé una vittoria: è un miracolo. Il miracolo è dovuto in massima parte alla critica che tantissimi siti e blog hanno continuato, per anni, a proporre – senza ricevere in cambio, ovviamente, le dorate poltrone del giornalismo “embedded” – generando altre visioni, analizzando a fondo le menzogne di regime, non lasciano scampo alle caricature che lo schermo proponeva come referenti politici.
Questi giorni saranno ricordati, poiché c’è stato un altro evento a confermarlo: la “migrazione” di Annozero dai protettivi (ed asfittici) giardini di mamma RAI al Far-West di Internet. Vincendo alla grande la partita. Chi scrive ha spesso criticato Annozero, ritenendolo troppo allineato con i potentati di sinistra, ma non esita a spezzare una lancia in loro favore se continueranno a “farla sempre fuori dal vaso”, come hanno promesso. Vedremo. Qui, s’inserisce una novità che non è di poco conto e che travalica anche i giornalisti ed i comici presenti: sia Annozero o chi altro, il potere di RAISET ha subito uno smacco. Questo è il dato politico: da quanto tempo non avveniva?
Il 1978, quando un oscuro imprenditore milanese andava a caccia di frequenze TV in tutta Italia, strapagandole, grazie ai fondi che solo dopo molti anni avremmo saputo provenire…provenire…no, Berlusconi non ha ancora confessato, non ha ancora detto chi gli diede quei soldi. Craxi gli regalò poi la Legge Mammì e ben tre “Decreti Berlusconi”, per consegnargli definitivamente l’etere nazionale, e questo già fornisce una traccia. Passano 32 anni – un’eternità, gente che nasce e che muore, ma così è la Storia – ed una sera qualunque si scopre che il 13% degli italiani ha guardato la dissacrante puntata di Annozero senza approdare al monopolio RAISET, e moltissimi l’hanno seguita sul Web. Com’è potuto avvenire?
Sicuri, nei loro harem di puttane pagate con i nostri soldi, giocavano un giorno ad indebitare lo Stato, quello seguente a venderlo a pezzi – prendi otto paghi uno – e, quando qualcuno li metteva in guardia, semplicemente toglievano diritti e mettevano gabelle.
Poi, qualcuno inventa un piccolo televisore, minuscolo, che occupa solo una piccola parte dello schermo del computer, ma che in quella piccola parte fa vedere ed ascoltare cose mai viste né sentite: persino un capo del Governo che cerca di “vendere” alcune attricette in cambio di senatori! Dai e poi dai, un giorno va appresso all’altro, per tirare a campare s’inventano o si sfruttano banali fatti di cronaca – potevano mancare gli “anarchici” e le loro lettere esplosive in concomitanza delle elezioni? – poiché si pensa che l’eternità sia a portata di mano. Illusi: avessero, almeno, studiato qualcosa sui banchi di scuola. Oggi, 29 Marzo 2010, il disastro è compiuto.
Domani sarà, a prima vista, esattamente uguale ad oggi ma così non sarà: il Vaso di Pandora s’è rotto, ed i venti hanno iniziato ad accarezzare le menti.
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 29 Marzo 2010 13:20 )
Il coraggio di cambiare
Giovedì 18 Marzo 2010 14:48
Mario Grasso
Opinioni

Tralasciando i fatti più recenti (le intercettazioni, le intimidazioni ecc. ecc.), sembra evidente che l’informazione italiana abbia un grave difetto di fondo: è completamente gestita dal potere politico.
Basta soffermarsi sulla composizione di due organi: la Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi (meglio conosciuta come Vigilanza Rai) e l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom).
La Vigilanza Rai (chiamiamola così per comodità) è una commissione bicamerale, ciò vuol dire che i gruppi parlamentari eleggono i propri rappresentanti in maniera proporzionale con il numero di seggi che occupano nelle due camere.
L’Agcom, invece, è una autorità amministrativa indipendente, ma solo sulla carta. I suoi otto commissari, infatti, sono eletti per metà dalla Camera dei deputati e per metà dal Senato della Repubblica, e il presidente è proposto direttamente dal Presidente del Consiglio. Dopo tali scelte, le investiture definitive vengono date dal Presidente della Repubblica.
Dunque i partiti politici sono contemporaneamente controllori e controllati, alla faccia dell’indipendenza dell’informazione.
Oggi ci ritroviamo nella situazione nella quale il Presidente del Consiglio è stato beccato a “dare suggerimenti” ad un commissario dell’Agcom e al direttore del Tg1, ma nessun esponente politico ha il coraggio di dire che questi episodi sono prevedibili in un sistema nel quale persino le autorità sulla carta indipendenti sono di nomina politica.
D’altra parte, rendere davvero indipendente la Rai e l’Agcom vorrebbe dire spogliare i partiti di grandi poteri, e per farlo ci vorrebbe coraggio. Ma il coraggio, si sa, uno non se lo può dare.
Ultimo aggiornamento ( Giovedì 18 Marzo 2010 14:54 )
Il partito del fare non può sbagliare.
Mercoledì 10 Marzo 2010 18:36
Mario Grasso
Politica

Qualcuno si sarebbe aspettato che il Pdl si fosse preso le sue responsabilità dopo il pasticcio della presentazione delle liste per le elezioni regionali del Lazio. I più ottimisti si sarebbero addirittura aspettati le scuse del Pdl ai propri elettori.
Poveri illusi...
Berlusconi, in una conferenza stampa, stamattina ha proposto una ricostruzione dei fatti che risulta nuova:
"Non c'è stata alcuna responsabilità riconducibile ai nostri responsabili al contrario di quello che si è voluto far credere. Ci è stato impedito di presentare le liste, con atti e comportamenti ben precisi".
"I nostri delegati del Pdl del Lazio sono arrivati in tempo e prima del termine previsto all'interno della cancelleria per presentare la liste con tutta la relativa documentazione. Fin dalle 11.40 erano davanti alla cancelleria. E sono rimasti lì fino alla gazzarra inscenata dai radicali. (...) Il comportamento della sinistra è stato ed è antidemocratico e meschino "
Che il premier si metta d'accordo con i suoi uomini: non era stato lo stesso Milioni ad ammettere di essere uscito dal tribunale "Pe' magna' un panino"????
E non erano stati mostrati dei video nei quali si vedevano i rappresentanti del Pdl arrivare in tribunale 45 minuti dopo la scadenza del termine prescritto???
I commenti degli esponenti dell'Udc, alleati con il Pdl nel Lazio, sono stati duri. Casini ha dichiarato: "Pensavamo che questa vicenda potesse concludersi in un nodo migliore e cioè chiedendo scusa agli italiani degli errori fatti. Invece Berlusconi sembra come quel genitore che se la prende con il professore quando il proprio figlio è stato bocciato e non ha studiato".
Lo stesso Fini, pur non pronunciandosi, ha fatto sapere che non parteciperà alla manifestazione indetta per il 20 Marzo dal Pdl in difesa del diritto di voto.
Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 10 Marzo 2010 18:38 )
Vergogna!!!
Sabato 06 Marzo 2010 10:39
Mario Grasso
Politica
Alla fine l'hanno fatto: nonostante le rassicurazioni dei giorni scorsi, il governo ha approvato un decreto legge che, reinterpretando la legge elettorale vigente, darà la possibilità alla lista del Pdl nel Lazio e alla lista Formigoni di presentarsi alle prossime elezioni. Il decreto è già stato ribatezzato "decreto salva-liste".
Un decreto vergognoso, che lancia un messaggio molto chiaro: noi del governo possiamo fare quello che ci pare. E non fa niente se qualcuno dovesse ricordare che la legge dovrebbe essere uguale per tutti, o che Formigoni è ineleggibile perché ha già concluso due mandati consecutivi. Il governo "ha la fiducia della maggioranza degli italiani e andrà avanti". E' questo il modello di democrazia di questo governo: una democrazia che viola i più basilari principi della democrazia.
Qualcuno spieghi, per favore, ai signori che stanno al governo, che una regola fondamentale della democrazia è il rispetto delle regole del gioco, che mai nessun governo si era sognato di modificare la legge elettorale a colpi di decreti, che nessuno, nella storia italiana, ha mai dimostrato tanta noncuranza per le regole. E non vengano a dirci, per favore, che questo decreto tutela il diritto di milioni di elettori ad eleggere un proprio elettore: milioni di italiani avrebbero il diritto ad essere governati da gente più competente e più onesta.
La legge è uguale per tutti. Ma alcuni sono più uguali degli altri.
Ultimo aggiornamento ( Sabato 06 Marzo 2010 10:40 )
La battaglia delle liste nel Lazio
Domenica 28 Febbraio 2010 16:45
Mario Grasso
Politica
Infuria la polemica sull’esclusione della lista dei candidati nella provincia di Roma del Pdl.
Proviamo a ricostruire i fatti:
Alfredo Milioni, incaricato dal Pdl di consegnare entro il termine previsto (le ore 12 di ieri) la lista dei candidati nella provincia di Roma, si sarebbe accorto, mentre era in fila, di non avere con sé i simboli della lista. Dopo un forsennato andirivieni, si sarebbe presentato in Tribunale alle 12.45, ben oltre il termine fissato per la presentazione delle liste. A quel punto, prima alcuni rappresentanti di lista, poi le forze dell’ordine, hanno impedito a Milioni di consegnare la documentazione, in quanto in ritardo sul termine prescritto.
Successivamente, è stata respinta l'istanza presentata dal Pdl per l'accoglimento della lista. Il Pdl, comunque, potrà fare ricorso all'ufficio centrale regionale della Corte d'appello e al Tar.
Si sono immediatamente scatenate le polemiche su questo episodio, e le dichiarazioni si sono sprecate.
Renata Polverini, candidata alla presidenza della regione Lazio, ha detto: “Non credo che al Pdl, il maggior partito del Lazio e di Roma, possa essere impedito l'accesso alla competizione elettorale. La burocrazia non uccida la democrazia. Lancio un appello al capo dello Stato: garantisca a tutti i cittadini, anche quelli del Pdl di esprimere il proprio voto”.
Storace ha dichiarato: “La magistratura usi buonsenso. L'esclusione del Pdl dalle Regionali avrebbe il sapore di un colpo di Stato”.
Ma, per fortuna, anche all’interno della coalizione, qualche voce fuori dal coro c’è. Gianfranco Rotondi, ministro per l'attuazione del Programma è inferocito: "I maestri del Pdl hanno fatto perdere la Polverini a tavolino. Io ne ho piene le tasche di fare il parente povero in questa banda di incapaci. Nemmeno la campagna elettorale mi induce a misericordia".
Forse non è nemmeno giusto parlare di “banda di incapaci” come ha fatto Rotondi, ma si tratta comunque di un errore da parte dell’incaricato del Pdl. Errore che potrebbe costare caro, ma che è comunque innegabile.
Suonano ridicoli i richiami alla democrazia e gli appelli al presidente della Repubblica da parte degli esponenti del centro-destra: la legge è uguale per tutti e il fatto che a sbagliare sia stato il primo partito d’Italia non cambia le cose.
E non può che provocare un sorriso chi evoca colpi di stato. Ognuno si prenda le proprie responsabilità, e gli esponenti del centro-destra pensino alla campagna elettorale per le elezioni regionali. Elezioni che li vedono comunque favoriti.
L'Europa e i PIGS
Sabato 20 Febbraio 2010 17:38
Mario Grasso
Economia
Preoccupa sempre di più la situazione economica di quei paesi europei ormai conosciuti con l'acronimo PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna). A questi paesi molti aggiungono l'Italia, anche se per il momento la situazione italiana sembra preoccupare di meno, in quanto gli italiani, pur avendo l'Italia il secondo debito pubblico d'Europa, sono tra quelli che si sono indebitati di meno in assoluto.
L'Unione Europea si è dotata di una regola per i salvataggi degli stati membri in difficoltà: sarà garantito il salvataggio a tutti quei paesi disposti ad adeguarsi subito a un brutale programma di aggiustamento dettato dalla Ue che prevederà aumento delle tasse e tagli salariali.
A questo proposito, però, non è la Grecia a preoccupare di più, bensì la situazione economica della Spagna e, in misura di minore, dell'Italia. Infatti, nonostante il paese ellenico sia considerato dagli economisti quello più vicino al default (secondo i più pessimisti lo stato greco potrebbe dichiarare il default entro un anno), è molto probabile che la Grecia si adegui alle stringenti regole imposte dall'UE. E anche se i greci non dovessero adeguarsi e dovessero quindi dichiarare e default e, conseguentemente, uscire dalla zona euro, l'impatto sull'economia europea potrebbe essere trascurabile.
Ben più grave, invece, sarebbe la situazione in caso di default della Spagna (ritenuto plausibile entro 4 o 5 anni). Innanzitutto, la Spagna è troppo grande e difficilmente Germania e Francia potrebbero permettersi di salvarla; ma anche se l'UE avesse la possibilità di salvare il paese dal default, difficilmente il governo spagnolo potrebbe accettarne le stringenti condizioni. L'UE, infatti, chiederebbe al governo spagnolo di aumentare le tasse e di tagliare i salari, chiederebbe un aumento dell'età pensionabile e una totale liberalizzazione del mercato del lavoro. Tutte decisioni difficili da assumere per un paese come la Grecia, ma quasi impensabilii per un paese come la Spagna, che difficilmente potrebbe accettare una tale limitazione della propria sovranità.
Sarà la fine dell'Unione Europea (quanto meno del sogno dell'Europa "a una velocità")?
Ultimo aggiornamento ( Sabato 20 Febbraio 2010 17:51 )
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