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La libertà di informazione in Italia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Mario Grasso   

Nella classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporters Sans Frontières per l'anno 2009, l'Italia si piazza al 49° posto, dietro Paesi come Ghana (27°), Mali (30°), Namibia(35°) ecc. La classifica viene stilata annualmente sulla base delle risposte date ad un questionario da esperti, giornalisti, giuristi ed altri addetti ai lavori. Il questionario viene preparato da Rsf con l'intento di tenere in considerazione circa 50 criteri diversi.

Il fatto che in Italia ci siano problemi riguardanti la libertà di informazione, non è cosa nuova: sin dal 1954, anno dell'avvio delle trasmissioni televisive, la Rai è stata fortemente politicizzata. Basti pensare che nel 1975 si rese necessaria, dopo le sollecitazioni della Corte Costituzionale, l'istituzione di una "Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi", meglio nota come "Commissione di vigilanza Rai". Con le modifiche introdotte (e tuttora in vigore), si stabilì che non sarebbero più state prerogative del Governo (e quindi dei partiti che ne facevano parte) il controllo e l'indirizzo della Rai. Queste funzioni venivano assegnate alla suddetta Commissione.

Il problema è che, con questa riforma, il controllo del servizio pubblico si è sì aperto alla rappresentanza dell'opposizione oltreché della maggioranza, ma è comunque rimasto sotto l'esclusivo controllo politico, e, come è facilmente intuibile, questo non assicura una informazione indipendente e libera dalla politica.

La proposta principale che viene spesso posta come alternativa alla Commissione di vigilanza parlamentare è quella di lasciare la Rai totalmente in mano a professionisti del settore e di effettuare le nomine attraverso concorso, ma questa proposta non è mai stata presa seriamente in considerazione dalle forze politiche.

Con la nascita del gruppo Fininvest, che nel giro di 4 anni (dal 1980 al 1984) mise in etere tre canali televisivi, si venne a creare un "bipolio" che metteva fine al trentennale monopolio pubblico.

Fin qui nessun problema, se non fosse per il fatto che Silvio Berlusconi, che nel frattempo aveva anche acquistato la Mondadori e altre case minori (Elemond, Sperling & Kupfer, Grijalbo, Le Monnier, Pianeta scuola, Frassinelli, Electa Napoli, Riccardo Ricciardi editore, Editrice Poseidona), avesse deciso di candidarsi alle elezioni poitiche del 1994 con Forza Italia, movimento politico creato nel giro di pochi mesi.

Considerando che la tv pubblica italiana continuava ad essere controllata dalla politica, l'elezione di Silvio Berlusconi, proprietario praticamente della rimanente metà dei canali televisivi italiani, costituiva un chiaro caso di conflitto di interessi. Tuttavia in Italia non esisteva una legge sul conflitto di interessi, e gli avversari politici di Berlusconi non ritennero necessario farne una quando stettero al Governo, tantomeno provvidero a riformare la Commissione di vigilanza Rai in modo che venisse svincolata dai partiti politici.

Dunque, oggi ci troviamo in una situazione tale che quasi tutta l'informazione italiana è gestita dalla stessa persona, cosa che non ne garantisce un effettivo pluralismo.

Un efficace antitodo al problema può essere la rete, libera per definizione. Sempre che non venga "sterilizzata" da leggi che ne limitino l'utilizzo. Pochi sanno, infatti, che è all'esame del Parlamento un disegno di legge che prevede che l'intera disciplina sulla stampa debba trovare applicazione anche "ai siti internet aventi natura editoriale". Il Ddl, tra l'altro, non specifica quali sono i siti aventi natura editoriale, creando così una situazione di pericolosa ed inaccettabile ambiguità. Per la legge italiana si intende per «prodotto editoriale» "il prodotto realizzato su supporto cartaceo, ivi compreso il libro, o su supporto informatico, destinato alla pubblicazione o, comunque, alla diffusione di informazioni presso il pubblico con ogni mezzo, anche elettronico, o attraverso la radiodiffusione sonora o televisiva, con esclusione dei prodotti discografici o cinematografici". Si tratta di una definizione molto generica, che includerebbe praticamente tutti i siti internet. Se passasse il Ddl, dunque tutti i siti internet dovrebbero rispettare tutte le disposizioni contenute nella legge sulla stampa, tra le quali alcune assolutamente impossibili da rispettare per un sito gestito da un comune cittadino. Ne elenco solo alcune:

i gestori di tutti i siti internet dovrebbero pubblicare le informazioni obbligatorie di cui all'art. 2 della Legge sulla stampa, procedere alla nomina di un direttore responsabile (giornalista) in conformità a quanto previsto all'art. 3, provvedere alla registrazione della propria "testata" nel registro sulla stampa presso il tribunale del luogo ove "è edito" il sito internet così come previsto all'art. 5, aver cura di comunicare tempestivamente (entro 15 giorni) ogni mutamento delle informazioni obbligatorie pubblicate e/o richieste in sede di registrazione (art. 6), incorrere nella "sanzione" della decadenza della registrazione qualora non si pubblichi il sito entro sei mesi dalla registrazione medesima o non lo si aggiorni per un anno (art. 7), soggiacere alle norme in tema di obbligo di rettifica così come disposto dall'art. 8 e farsi carico dello speciale regime di responsabilità aggravata per la diffusione di contenuti illeciti che, attualmente, riguarda solo chi fa informazione professionale.

Ce n'è abbastanza per dare un colpo mortale alla libera circolazione delle notizie e delle idee, tenendo, tra l'altro, gli italiani all'oscuro di quanto sta succedendo.

Sperando che il Ddl non venga approvato, urge maggiore consapevolezza da parte degli utenti della rete, che possono rendersi protagonisti di una "riforma" del sistema di informazione italiano. Una "riforma" dal basso, non ancorata a vecchie logiche di conservazione del potere, che possa finalmente garantire un pluralismo degno delle grandi democrazie occidentali  e che possa fare dell'informazione quel "Quarto potere" in grado di dare la possibilità ai cittadini di scegliere in maniera informata.