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I risultati di queste elezioni regionali sono stati accolti come una vittoria sia dallo schieramento del centro-destra, sia da quello del centro-sinistra (con l'eccezione di Di Pietro).
Da una parte il Pdl può esultare per aver conquistato ben sei regioni (Lombardia, Veneto, Piemonte, Lazio, Campania e Calabria) contro le due che ha governato negli ultimi cinque anni; dall'altra, il Pd può ritenersi soddisfatto per aver preso praticamente gli stessi voti del Pdl (circa il 26% dei voti per entrambi i partiti)
Chi ha ragione? Probabilmente nessuno dei due...
La vincitrice di queste elezioni è probabilmente la Lega Nord: oltre ad aver piazzato due uomini a capo di regioni importanti come Veneto e Piemonte, il carroccio ha superato il Pdl in Veneto, ha raccolto lo stesso numero di voti degli alleati in Lombardia e ha sfondato in Piemonte raccogliendo il 17% dei voti.
Il Pdl, d'altro canto, ha ottenuto grandi consensi nel sud Italia: 34% in Campania, 26% in Calabria, 30,8% in Puglia, dove pure la coalizione di centro-destra è stata sconfitta.
Il vero sconfitto di queste elezioni, probabilmente, è il Pd. Pur avendo recuperato rispetto alle ultime elezioni europee, i democratici hanno perso Campania e Calabria con percentuali clamorose, hanno vinto in Puglia appoggiando un candidato (Vendola) non del Pd e hanno perso in Piemonte consegnando la regione alla Lega, forza non molto radicata sul territorio regionale. Sembra evidente che il Pd ha retto laddove ha avuto il coraggio di proporre qualcosa di nuovo (Puglia e Lazio), mentre è stato punito dagli elettori laddove non ha proposto soluzioni di continuità con il passato (Calabria e Piemonte). Inoltre, il partito conferma di avere grosse difficoltà a radicarsi nelle regioni del Nord Italia, rimanendo forte solo nelle storiche regioni rosse del Centro-Nord.
Cresce l'Idv di Di Pietro, che probabilmente continua ad attrarre l'elettorato deluso dal Pd.
La vera novità, però, è il Movimento a 5 stelle di Beppe Grillo che ottiene il 6% in Emilia Romagna, il 2,3% in Lombardia, il 3,65% in Piemonte, il 2,5% in Veneto e l'1,37% in Campania. Il Movimento, nato e sviluppatosi sul web, ha raccolto consensi pur senza una grossa visibilità mediatica, dimostrando, congiuntamente all'altissima astensione, che una buona fetta di italiani non si riconosce nell'operato di alcun partito politico.
La notizia è che in Francia, dove si è votato per le elezioni regionali, l’affluenza alle urne è calata di dieci punti rispetto a quattro anni fa. Più della metà dei francesi ha scelto di non votare. È una buona notizia? Certamente no. Eppure è il segno che in tutte le democrazie sviluppate gli elettori utilizzano anche il non voto come forma consapevole di espressione democratica, soprattutto laddove l’offerta politica tende a farsi deludente e ripetitiva. Tutto il contrario del qualunquismo.
Ho appena letto i risultati sull'affluenza delle 22. Sconcertante: non so come andrà a finire, ma il dato politico - vinca l'uno o l'altro,siano di più o di meno gli astenuti - è chiaro. Alle regionali del 1995 votò l'85% degli aventi diritto. Voglio però premettere che la mia posizione a favore di un’astensione motivata o, come ha scritto Michele Ainis, a favore di una vera e propria obiezione di coscienza rispetto all’esercizio del diritto di voto nell’attuale contesto politico, si è rafforzata dopo aver osservato i fatti degli ultimi giorni.
Il nostro cinepanettone si è infatti arricchito di scene già viste e sta seguendo fedelmente la trama che tutti conosciamo. Pdl e Pd hanno imboccato la strada della militarizzazione dei propri elettorati invocando rispettivamente il rischio di golpe e di regime, potendo contare ancora una volta sul supporto offerto da intercettazioni telefoniche finite ancora una volta a tempo di record sui giornali. Ma torniamo alle obiezioni sollevate alla posizione astensionistica, che possono essere sostanzialmente ricondotte a tre tipologie. La prima: la diagnosi (il cinepanettone) è corretta ma la sola protesta non basta. Non andando a votare si rischia di avvantaggiare la “casta”. La seconda: nonostante la generale disaffezione verso i partiti, rimangono differenze profonde in termini di qualità e capacità dei candidati. La terza: in un paese che ha vissuto nella sua storia recente la dittatura fascista, l’esercizio del diritto di voto ha un valore talmente sacro da non poter essere intaccato da nessun’altra considerazione che nasca dalla contingenza politica.
Per rispondere alla prima obiezione proviamo a riflettere sugli eventuali esiti di un massiccio aumento dell’astensione e delle schede bianche. Chi scrive ritiene che uno scenario del genere metterebbe in crisi l’immobilismo che ha ormai congelato l’offerta politica dei due schieramenti, rafforzando il rifiuto di uno scontro ormai sterile che paralizza il paese da troppi anni. Così come sarebbe il miglior aiuto ad una politica che volesse davvero rinnovarsi. Perché siamo convinti, forse ingenuamente, che il cambiamento possa provenire dal suo interno.
Il secondo argomento di chi respinge l’astensione, la differenza nella qualità dei candidati e nell’offerta politica dei due schieramenti, è più impegnativo. Anche noi siamo convinti che le differenze esistano, nei programmi e nei curricula dei candidati, ma purtroppo ciò non può cambiare il copione e il finale di questo brutto film. Al di là della credibilità dei singoli esiste infatti in Italia un sistema fatto più o meno da centomila persone che sopravvivono solo grazie ai privilegi garantiti da una rendita di posizione politica.
Dobbiamo pensare a questo sistema come ad un'azienda inefficiente, senza eguali in Italia per potere e dimensione, che da tanti anni non è più responsabile di fronte agli azionisti-elettori del proprio operato e dell’utilizzo delle risorse pubbliche . La “Politica spa” continua a prosperare perché è riuscita ad erigere solide barriere contro l'ingresso di potenziali concorrenti (varando leggi elettorali “ad castam” ed esercitando un controllo ferreo sul sistema televisivo) e allo stesso tempo ha trovato uno straordinario messaggio di marketing capace di farla continuare a piazzare sul mercato la sua offerta scadente. Quel messaggio di marketing si regge sulla sopravvivenza di una contrapposizione ideologica che in tutti gli altri paesi occidentali è stata sepolta da almeno vent’anni e che rappresenta il vero meccanismo da sconfiggere. Una prova della forza di questa dinamica l’abbiamo nel Lazio, dove le due candidate che si presentavano come “indipendenti” rispetto ai due partiti principali si sono rapidamente adeguate, nel linguaggio e nelle posizioni, al solito vecchio copione.
E ancora, pensiamo ai due temi simbolo di questo scontro quindicennale: giustizia e conflitto di interessi. Domandiamoci perché destra e sinistra non hanno varato una riforma di queste due materie quando sono stati al governo. Noi riteniamo che il fatto di lasciare irrisolte queste questioni rappresenta la migliore garanzia per poterle usare al fine di mobilitare un elettorato stanco e deluso, e anche per questo l'astensione può essere lo strumento capace di rompere lo schema.
L’accusa di “Aventinismo” è collegata al terzo insieme di obiezioni che la nostra presa di posizione ha sollevato. Siamo naturalmente i primi ad onorare il ricordo di coloro che diedero la vita per garantire agli italiani il libero esercizio di voto ed è doloroso essere spinti a sostenere che l’astensione (o la scheda bianca) possano essere un mezzo per ripristinare il rapporto tra politica e cittadini. Riteniamo tuttavia che un’astensione costruttiva e motivata, che scaturisca dalla richiesta del ritorno di una politica alta e forte, sia profondamente in sintonia con lo spirito originario della nostra democrazia e della nostra Costituzione.
Infine la politica. Il dibattito di questi giorni ha visto il silenzio pressoché unanime dei partiti politici anche dinanzi ai dati del sondaggio SWG che mostra come il 51% dell’elettorato più giovane consideri giusto astenersi. Persino dinanzi alla delusione e al senso di tradimento degli elettori più giovani, quelli sui quali qualsiasi paese deve investire per costruire il proprio futuro, la politica sceglie di bendarsi gli occhi. È certamente la prova più eclatante di come sia proprio questa politica ad essersi ritirata sull’Aventino.
L’Italia sta votando, ma un terzo degli italiani non ha più partito, patria politica alla quale appartenere: se scorporiamo un 10% d’astensionismo “fisiologico”, un italiano su quattro ha deciso che non era il caso. Non era il caso di sprecare del tempo per andare ad accasarsi in ruoli conosciuti e marcescenti, costruiti su nani e ballerine da un lato, su cariatidi muffite dall’altro. Il percorso è stato lungo, travagliato, ma alla fine il dato è chiaro: un partito che avrebbe una consistenza paragonabile a quella della vecchia DC o del PCI è sull’Aventino, che attende.
Che un quarto degli italiani siano approdati ad un astensionismo consapevole – in questo quadro – non è di per sé una vittoria: è un miracolo. Il miracolo è dovuto in massima parte alla critica che tantissimi siti e blog hanno continuato, per anni, a proporre – senza ricevere in cambio, ovviamente, le dorate poltrone del giornalismo “embedded” – generando altre visioni, analizzando a fondo le menzogne di regime, non lasciano scampo alle caricature che lo schermo proponeva come referenti politici.
Questi giorni saranno ricordati, poiché c’è stato un altro evento a confermarlo: la “migrazione” di Annozero dai protettivi (ed asfittici) giardini di mamma RAI al Far-West di Internet. Vincendo alla grande la partita. Chi scrive ha spesso criticato Annozero, ritenendolo troppo allineato con i potentati di sinistra, ma non esita a spezzare una lancia in loro favore se continueranno a “farla sempre fuori dal vaso”, come hanno promesso. Vedremo. Qui, s’inserisce una novità che non è di poco conto e che travalica anche i giornalisti ed i comici presenti: sia Annozero o chi altro, il potere di RAISET ha subito uno smacco. Questo è il dato politico: da quanto tempo non avveniva?
Il 1978, quando un oscuro imprenditore milanese andava a caccia di frequenze TV in tutta Italia, strapagandole, grazie ai fondi che solo dopo molti anni avremmo saputo provenire…provenire…no, Berlusconi non ha ancora confessato, non ha ancora detto chi gli diede quei soldi. Craxi gli regalò poi la Legge Mammì e ben tre “Decreti Berlusconi”, per consegnargli definitivamente l’etere nazionale, e questo già fornisce una traccia. Passano 32 anni – un’eternità, gente che nasce e che muore, ma così è la Storia – ed una sera qualunque si scopre che il 13% degli italiani ha guardato la dissacrante puntata di Annozero senza approdare al monopolio RAISET, e moltissimi l’hanno seguita sul Web. Com’è potuto avvenire?
Sicuri, nei loro harem di puttane pagate con i nostri soldi, giocavano un giorno ad indebitare lo Stato, quello seguente a venderlo a pezzi – prendi otto paghi uno – e, quando qualcuno li metteva in guardia, semplicemente toglievano diritti e mettevano gabelle.
Poi, qualcuno inventa un piccolo televisore, minuscolo, che occupa solo una piccola parte dello schermo del computer, ma che in quella piccola parte fa vedere ed ascoltare cose mai viste né sentite: persino un capo del Governo che cerca di “vendere” alcune attricette in cambio di senatori! Dai e poi dai, un giorno va appresso all’altro, per tirare a campare s’inventano o si sfruttano banali fatti di cronaca – potevano mancare gli “anarchici” e le loro lettere esplosive in concomitanza delle elezioni? – poiché si pensa che l’eternità sia a portata di mano. Illusi: avessero, almeno, studiato qualcosa sui banchi di scuola. Oggi, 29 Marzo 2010, il disastro è compiuto.
Domani sarà, a prima vista, esattamente uguale ad oggi ma così non sarà: il Vaso di Pandora s’è rotto, ed i venti hanno iniziato ad accarezzare le menti.
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Qualcuno si sarebbe aspettato che il Pdl si fosse preso le sue responsabilità dopo il pasticcio della presentazione delle liste per le elezioni regionali del Lazio. I più ottimisti si sarebbero addirittura aspettati le scuse del Pdl ai propri elettori.
Poveri illusi...
Berlusconi, in una conferenza stampa, stamattina ha proposto una ricostruzione dei fatti che risulta nuova:
"Non c'è stata alcuna responsabilità riconducibile ai nostri responsabili al contrario di quello che si è voluto far credere. Ci è stato impedito di presentare le liste, con atti e comportamenti ben precisi".
"I nostri delegati del Pdl del Lazio sono arrivati in tempo e prima del termine previsto all'interno della cancelleria per presentare la liste con tutta la relativa documentazione. Fin dalle 11.40 erano davanti alla cancelleria. E sono rimasti lì fino alla gazzarra inscenata dai radicali. (...) Il comportamento della sinistra è stato ed è antidemocratico e meschino "
Che il premier si metta d'accordo con i suoi uomini: non era stato lo stesso Milioni ad ammettere di essere uscito dal tribunale "Pe' magna' un panino"????
E non erano stati mostrati dei video nei quali si vedevano i rappresentanti del Pdl arrivare in tribunale 45 minuti dopo la scadenza del termine prescritto???
I commenti degli esponenti dell'Udc, alleati con il Pdl nel Lazio, sono stati duri. Casini ha dichiarato: "Pensavamo che questa vicenda potesse concludersi in un nodo migliore e cioè chiedendo scusa agli italiani degli errori fatti. Invece Berlusconi sembra come quel genitore che se la prende con il professore quando il proprio figlio è stato bocciato e non ha studiato".
Lo stesso Fini, pur non pronunciandosi, ha fatto sapere che non parteciperà alla manifestazione indetta per il 20 Marzo dal Pdl in difesa del diritto di voto.
Alla fine l'hanno fatto: nonostante le rassicurazioni dei giorni scorsi, il governo ha approvato un decreto legge che, reinterpretando la legge elettorale vigente, darà la possibilità alla lista del Pdl nel Lazio e alla lista Formigoni di presentarsi alle prossime elezioni. Il decreto è già stato ribatezzato "decreto salva-liste".
Un decreto vergognoso, che lancia un messaggio molto chiaro: noi del governo possiamo fare quello che ci pare. E non fa niente se qualcuno dovesse ricordare che la legge dovrebbe essere uguale per tutti, o che Formigoni è ineleggibile perché ha già concluso due mandati consecutivi. Il governo "ha la fiducia della maggioranza degli italiani e andrà avanti". E' questo il modello di democrazia di questo governo: una democrazia che viola i più basilari principi della democrazia.
Qualcuno spieghi, per favore, ai signori che stanno al governo, che una regola fondamentale della democrazia è il rispetto delle regole del gioco, che mai nessun governo si era sognato di modificare la legge elettorale a colpi di decreti, che nessuno, nella storia italiana, ha mai dimostrato tanta noncuranza per le regole. E non vengano a dirci, per favore, che questo decreto tutela il diritto di milioni di elettori ad eleggere un proprio elettore: milioni di italiani avrebbero il diritto ad essere governati da gente più competente e più onesta.
La legge è uguale per tutti. Ma alcuni sono più uguali degli altri.
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